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Come spiegare che il 20% delle sarde e dei sardi rinunci a curarsi? La rabbia popolare aumenterà

La sanità sarda è in codice rosso: 450.000 sardi sono senza medico di base. Mancano decine di pediatri di libera scelta. In intere aree le famiglie, con bambine e bambini piccoli, non hanno né il pediatra né il medico di base. Chi è colpevole dello spopolamento? Le liste di attesa sono lunghissime, anche per visite semplici. Se hai i soldi, le fai, altrimenti aspetti. Se va bene non succede nulla, se va male continui ad ammalarti. Questo succede anche per patologie gravi, croniche.

Qualche mese fa abbiamo letto, attoniti, di una anziana signora morta in pronto soccorso a Carbonia perché è stata curata troppo tardi. E’ la punta dell’iceberg. La colpa non è degli OSS, degli infermieri, e neanche dei medici. Esistono sicuramente ad alti livelli delle colpe singole, delle connivenze, ma gli operatori della sanità, nella stragrande maggioranza, danno il massimo, sino a morire. Non è una esagerazione. Sta succedendo anche questo, nella nostra isola. Ma allora come spieghiamo che il 20% delle sarde e dei sardi rinunci a curarsi? Stiamo parlando di 320.000 persone, ma in difetto: altre fonti affermano che nel 2025 400.000 sardi hanno rinunciato a curarsi. Non gli ultimi: lavoratrici, pensionate, pensionati, famiglie monoreddito. Un sardo su 5 non si cura.

Sono passati più di due anni dalla vittoria di Alessandra Todde alle elezioni sarde. Nessuno ha voglia di fare il tiro al piccione. Non è tutta colpa sua. Allo stesso tempo, nessuna sarda e nessun sardo, in buona fede e che possa dire veramente ciò che pensa, sosterrà mai che i miglioramenti sono sensibili, che si vedono. Non è così. Eppure la Sardegna ha potestà primaria in sanità e, a seguito di un accordo col governo, la sanità la paga la Regione. Le regole, però, non si possono cambiare. Noi mettiamo i soldi, ma le regole sono a Roma. Ma come è possibile? E’ giusto?

Giuseppe Conte, nel 2025, ha firmato l’introduzione del volume di Ivan Cavicchi “Articolo 32. Un diritto dimezzato”. Un libro seminale, importante, visionario. E di visione abbiamo molto bisogno in sanità. La Sardegna, guardandola da Roma, avrebbe potuto essere per i Cinque Stelle (vedremo ora la Campania) il luogo in cui mostrare come realizzare una visione nuova sulla salute, sul rapporto con l’ambiente e la natura. Invece no.

Assistiamo a consiglieri regionali che santificano la sanità privata, e poi condividono i post di Giuseppe Conte. In due anni non ci siamo accorti della visione di questa Giunta sulla sanità. Non abbiamo registrato alcun intervento di pulizia dall’amichettismo e di efficientamento vero. Perché tutti vogliono meno burocrazia e più efficienza.

Ma è normale che, a due anni di distanza, nel più grande ospedale della Sardegna ci siano ancora 12/13 sistemi informatici? E gli esempi potrebbero essere tanti. Non abbiamo registrato nessun intervento strutturale, e neanche il coraggio di interventi tampone forti, anche simbolici. I medici cubani sono arrivati in Calabria, perché qua no? Ci sono stati, e ci sono, tentativi, accordi, programmi per incentivare la presenza medica o accorciare le liste di attesa. Queste azioni, ad onor del vero, ci sono state anche nelle precedenti legislature, di destra o di “sinistra”.

Ma allora perché siamo ancora a questo punto? La sensazione è che la rabbia popolare aumenterà, e la politica continuerà tra micro-interventi e tanta comunicazione pompata, mentre magari bisticcia sui singoli manager e sul mantenimento del controllo su luoghi in cui, in definitiva, passano molti soldi e tanti voti.

Sabato 7 marzo, tante cittadine e cittadini saranno in piazza, perché non ce la fanno più e perché vogliono essere curati. Hanno pagato le tasse. E magari vogliono anche poter avere delle figlie e dei figli senza il patema d’animo che non potranno essere curati. E’ troppo? Io ci sarò, spero in grande compagnia.

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