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Scende il prezzo del petrolio, Trump allenta le sanzioni sul greggio russo. Ma Teheran avverte: «Decidiamo noi la fine della guerra»

«Siamo noi che determineremo la fine della guerra». La risposta delle Guardie Rivoluzionarie iraniane all’ultimatum di Donald Trump segna una nuova fase nello scontro tra Washington e Teheran, ma non impedisce al petrolio di ripiegare bruscamente dopo l’impennata di ieri. Il mercato, più che sulle minacce, sceglie di concentrarsi sul messaggio politico arrivato dalla Casa Bianca: la convinzione del presidente americano che il conflitto possa chiudersi in tempi più rapidi del previsto.

Il mercato scommette sulla de-escalation

I future sul Brent sono crollati di oltre il 10% dopo aver toccato lunedì i massimi dal 2022, trascinando con sé anche il WTI. Il Brent è sceso di 4,17 dollari, pari al 4,2%, a 94,79 dollari al barile nelle prime contrattazioni, mentre il greggio statunitense West Texas Intermediate ha perso 3,81 dollari, il 4%, scivolando a 90,96 dollari.

La brusca inversione arriva dopo una giornata di tensione estrema in cui il petrolio aveva sfondato i 100 dollari al barile spinto dal timore che l’allargamento della guerra potesse colpire le forniture globali già sotto pressione per i tagli produttivi guidati dall’Arabia Saudita.

Hormuz al centro della crisi

Il nodo resta però lo Stretto di Hormuz, attraversato da circa un quinto del petrolio mondiale. Il tycoon ha avvertito che gli Stati Uniti reagirebbero con forza estrema se l’Iran tentasse di bloccare il passaggio delle petroliere. «Li colpiremo così duramente che non sarà possibile per loro, né per chiunque li aiuti, riprendersi mai più in quella parte del mondo», ha dichiarato lunedì. Più tardi, su Truth Social, ha rilanciato: «Se l’Iran farà qualsiasi cosa che interrompa il flusso di petrolio nello Stretto di Hormuz, sarà colpito dagli Stati Uniti d’America venti volte più duramente di quanto non sia stato colpito finora».

Teheran ha risposto alzando il livello dello scontro. Il Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica ha fatto sapere che non permetterà che «neanche un litro di petrolio» lasci la regione se continueranno gli attacchi americani e israeliani. Sul terreno, la crisi ha già compromesso la navigazione commerciale nell’area: petroliere ferme, produzione rallentata, stoccaggi in saturazione.

La leva politica del prezzo dell’energia

Il calo del greggio riflette anche l’aspettativa che Washington voglia evitare uno shock energetico duraturo. Negli Stati Uniti il prezzo della benzina resta un indicatore politicamente sensibile, soprattutto a pochi mesi dalle elezioni di Midterm. Un sondaggio Reuters/Ipsos pubblicato lunedì mostra che il 67% degli americani si attende rincari del carburante nei prossimi mesi e ovviamente non è contento.

In questo quadro si collocano anche le aperture americane su possibili strumenti di compensazione dell’offerta: un alleggerimento delle sanzioni sull’energia russa, il ricorso alle riserve strategiche e altre misure per contenere la corsa dei prezzi. Dopo un colloquio con Vladimir Putin, Trump ha detto che gli Stati Uniti sospenderanno alcune sanzioni petrolifere per «alcuni Paesi» al fine di alleviare la carenza. È un segnale che intreccia il dossier iraniano con quello ucraino e restituisce dimensione dello scacchiere.

Quanto durerà il conflitto?

Trump si è detto convinto che il conflitto finirà «molto presto», ma ha anche chiarito che la guerra potrà terminare soltanto con un assetto iraniano disposto a collaborare.

Intanto i bombardamenti colpiscono anche le infrastrutture energetiche interne. A Teheran una raffineria è stata centrata, con una densa colonna di fumo visibile sulla capitale. L’Organizzazione mondiale della sanità ha avvertito che l’incendio rischia di contaminare cibo, acqua e aria.

Sul piano umanitario, l’ambasciatore iraniano all’Onu parla di almeno 1.332 civili uccisi e migliaia di feriti dall’inizio, a fine febbraio, della campagna aerea di Stati Uniti e Israele.

Il dossier nucleare resta aperto

Sullo sfondo rimane il programma nucleare iraniano. Rafael Grossi, direttore dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica, ha affermato che una parte rilevante dell’uranio arricchito al 60% potrebbe essere ancora custodita nel complesso sotterraneo di Isfahan. È uno degli elementi che impediscono di considerare chiusa la campagna militare, nonostante Washington sostenga di aver inflitto danni decisivi.

Per ora il petrolio scende, ma non perché il rischio sia rientrato. Piuttosto perché i mercati stanno prezzando l’ipotesi che la pressione militare venga accompagnata da una gestione politica dell’offerta. Se Hormuz dovesse davvero fermarsi, quella scommessa verrebbe rimessa in discussione nel giro di poche ore.

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