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La Chiesa ricorda che la pace non è solo un equilibrio di poteri ma prima di tutto una disposizione del cuore

Questa settimana, mentre le cronache internazionali tornano a parlare di guerra, le Chiese invitano a pregare per la pace. Papa Leone, mercoledì scorso, ha chiesto: «continuiamo a pregare per la pace in Iran e in tutto il Medio Oriente, in particolare per le numerose vittime civili, tra cui molti bambini innocenti». E lo va ripetendo di continuo.
Non una presa di posizione geopolitica, non un’analisi strategica, ma un gesto semplice: fermarsi, pregare, invocare la pace aprendo gli occhi sul dolore innocente. I bombardamenti americani e israeliani su Iran e Libano, secondo le stime di Save the Children, hanno ucciso circa 300 bambini nei primi 10 giorni di guerra, cioè più di un bambino ogni ora.


Di fronte a crisi che coinvolgono eserciti, alleanze militari, interessi economici e rivalità regionali, che cosa può davvero una preghiera? Eppure, proprio qui si trova il modo particolare con cui la Chiesa guarda alla storia. Si lascia toccare dall’orrore dei massacri e si raccoglie nel silenzio e nel digiuno, come ha invitato a fare la Chiesa italiana venerdì scorso. Perché?


La guerra nasce sempre da una concatenazione di decisioni politiche, ma affonda le sue radici nella paura, nell’orgoglio dei popoli, nella logica della forza. Per questo la Chiesa continua a ricordare che la pace non è soltanto un equilibrio di poteri, ma prima di tutto una disposizione del cuore. Di chi ha in mano le leve del potere e delle bombe, ma anche quelle dei cittadini. Tutti rischiamo di aderire alla visione miope e criminale di chi vuol farci credere che le armi risolvano i problemi.


Così, mentre i leader politici discutono strategie e deterrenze, nelle chiese si accende una luce discreta. Non cambia immediatamente il corso degli eventi, ma crede che la pace abbia bisogno anche di uno spazio interiore. Nella tradizione cristiana la preghiera è il luogo dove si custodisce questo spazio.


Ed è pure una questione di linguaggio. In tempi in cui il linguaggio pubblico sembra dominato dalla contrapposizione, la Chiesa continua a proporre un gesto antico e semplice: fermarsi, tacere. Forse è l’unica strada per immaginare un futuro diverso.

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