Val Kilmer ‘risorge’ grazie all’Ai. Detta così, suona bene ma qualcosa non va
La casa di produzione indipendente First Line Films ha recentemente annunciato che l’attore Val Kilmer “rivivrà” sul grande schermo nel film ‘As Deep as the Grave’ grazie all’uso dell’intelligenza artificiale. Era stato scritturato prima della morte, ma a causa della sua malattia non aveva potuto girare neanche una scena. Proprio per questo, pare avesse dato il consenso all’uso dell’AI per permettergli comunque – dopo la sua scomparsa – di interpretare il ruolo di Padre Fintan, un prete cattolico nativo americano.
Non appena ho letto la notizia, non ho potuto fare ameno di riflettere su quanto l’AI stia cambiando le nostre vite, in maniera lenta e progressiva. Proviamo a pensare ai vari chatbot (Chat GPT, Gemini, Manus ecc.…) dei quali, fino a poco tempo fa, si ignorava del tutto l’esistenza e che oggi sono diventati strumenti di uso comune, sono entrati nel linguaggio quotidiano e permettono di organizzare, scrivere, informare, creare simulazioni visive sulla base di fotografie scattate da noi. Insomma, se prima l’uso dell’AI era qualcosa di lontano e decisamente tecnico, oggi è assolutamente parte della nostra quotidianità.
E il cinema non è immune. Nel corso degli ultimi vent’anni l’intelligenza artificiale ha cambiato anche il linguaggio cinematografico. Inizialmente lo abbiamo visto attraverso l’uso di effetti speciali o correzioni digitali e – a onor del vero – con sorprendenti risultati. Il caso in questione però, ci porta ad analizzare la questione in modo diverso: stiamo assistendo infatti ad una vera e propria ricostruzione dell’identità artistica. La “resurrezione” cinematografica di Val Kilmer attraverso l’AI sarebbe, secondo la produzione, una forma di continuità. Un modo per conservare la memoria dell’attore, per onorare la sua carriera. Insomma, l’AI avrebbe qui la funzione di rendere omaggio a Val Kilmer e al suo grande contributo al mondo del cinema mondiale. Tra l’altro, sottolinea la produzione stessa, è stata rispettata a pieno la volontà dell’attore, il quale aveva chiesto di prendere parte comunque al film, nonostante il suo grave stato di salute.
Detta così, suonerebbe anche bene. Pensiamo a quanti progetti incompiuti potrebbero vedere la luce e a quanto sarebbe affascinante pensare che gli attori che tanto abbiamo amato e che ci hanno lasciato, possano in qualche modo vivere per sempre. Eppure, qualcosa stride.
Recitare in un film non comporta solo l’uso della voce e delle espressioni facciali. Entrambe le cose funzionano sul grande schermo perché dietro c’è presenza, intenzione, imperfezione. Tutto ciò che una bella scena ci trasmette è la perfetta combinazione tra capacità interpretative, tecnica e qualità espressive. È immediatezza e presenza scenica. Quando questa presenza viene ricostruita, anche perfettamente, si percepisce comunque una distanza. Non è più interpretazione, ma simulazione di essa. Se prima, l’unico filtro tra l’attore e il pubblico era la macchina da presa, ora si aggiunge l’AI che anziché riprodurre fedelmente un’immagine reale, la ricostruisce completamente in base alle informazioni che le vengono date. Il rischio non è tanto tecnico, quanto percettivo: lo spettatore potrebbe riuscire ad emozionarsi allo stesso modo, ma quell’emozione non sarebbe frutto di qualcosa di reale, ma di qualcosa che è stata concepita per simulare la realtà. Ciò potrebbe creare inevitabilmente un corto circuito nella mente dello spettatore, una distorsione percettiva che porterebbe ad una sorta di distacco dalla realtà.
Inoltre, c’è tutto il tema di quanto possa risultare rischioso, per un attore/attrice, che la sua immagine venga replicata all’infinito, che la sua identità artistica appunto, smetta di appartenere a lui o lei come persona e diventi una sorta di modello riproducibile in serie. Ecco perché, probabilmente, il consenso dell’attore/attrice non basta a legittimare davvero questo nuovo modo di fare cinema. Risolve la questione legale, forse, ma non quella percettiva.
Lo scopo del cinema è sempre stato quello di emozionare, di coinvolgere lo spettatore e condurlo all’interno di una storia, fino a farlo innamorare, spaventare, riflettere e a volte soffrire. A volte, tutto questo passa attraverso personaggi fantastici, surreali, cartooneschi; il cinema ha sempre creato qualcosa di finto. Qui però, si passa ad un altro livello: si tratta di ricostruire qualcosa di reale.
Forse la vera domanda non è se sia giusto o sbagliato usare l’AI nel cinema, ma se siamo pronti ad accettare un futuro in cui un attore smetta di essere una persona reale e diventi semplicemente un format ripetibile e in cui l’emozione, seppur autentica, nasca da qualcosa che di autentico non ha nulla.
L'articolo Val Kilmer ‘risorge’ grazie all’Ai. Detta così, suona bene ma qualcosa non va proviene da Il Fatto Quotidiano.