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Referendum, vittoria del “no” senza leader: decisiva la spinta della società civile e dei movimenti

Ha torto Paolo Mieli ad attribuire a Elly Schlein lo scettro della vittoria al referendum. Schlein ha sicuramente fatto del suo meglio, soprattutto tenendo conto che metà del suo partito era favorevole alla riforma della giustizia, ma da qui a farne la leader indiscussa del fronte del “no” ce ne corre. 

Innanzitutto, Schlein si è spesa tanto quanto Giuseppe Conte e Nicola Fratoianni. In secondo luogo, i veri vincitori di questa tornata referendaria sono la società civile, i comitati del “no”, i giovani che si sono impegnati nella campagna elettorale sui social, quei pochi giornalisti che si sono prodigati nello spiegare le ragioni del “no” in televisione o con iniziative sul territorio, e infine quei magistrati, giuristi e intellettuali che ci hanno messo la faccia, come Nicola Gratteri, Nino Di Matteo, Piercamillo Davigo, Gustavo Zagrebelski, Tomaso Montanari e altri. 

In effetti, quello che è mancato è esattamente un fronte politico coeso e protagonista di una campagna elettorale unitaria, coerente e capillare.

I numeri della vittoria mostrano chiaramente che la maggioranza degli elettori italiani non è (o non è più) di estrema destra, il che significa che i partiti di opposizione hanno una prateria sterminata di fronte a sé. 

La difesa della Costituzione ha mobilitato tutti i cittadini anti-meloniani di questo paese, anche coloro che alle elezioni politiche avevano scelto l’astensione. I voti favorevoli alla riforma sono stati più o meno quelli che la coalizione di destra ottenne nel 2022, circa 12 milioni. Viceversa, i voti del no – circa 15 milioni – sono stati ben superiori ai voti dei partiti di opposizione. 

PD, AVS e M5S sanno bene che solo recuperando i voti dell’astensionismo potranno sperare di battere Giorgia Meloni nel 2027. E per farlo, dovranno costruire un fronte unito, con un programma chiaro e decisamente progressista. 

D’altronde, gli elettori da convincere sono i più esigenti, quelli che mal digeriscono “i riformisti” dentro il PD, che non ammettono intese con forze politiche troppo centriste, che pretendono posizioni nette di condanna alla guerra in Iran, al genocidio israeliano, al trumpismo e al riarmo europeo. Sono persone portatrici di valori tutt’altro che moderati, convinte che solo investendo sul welfare, sulla sanità, sulla scuola, sui giovani si possano salvare la tenuta sociale e la democrazia di questo paese. 

Insomma, si tratta di cittadini talmente disillusi e allo stesso tempo ideologicamente orientati che nel momento in cui percepissero l’odore del compromesso, non esiterebbero a riporre la scheda elettorale nel cassetto.

Le parole d’ordine di un fronte di opposizione che possa recuperare il loro voto dovrebbero giocarsi su due grandi temi: la pace e la lotta alle disuguaglianze sociali. 

Perciò, l’esortazione a PD, M5S e AVS è quella di mettersi intorno a un tavolo e trovare una quadra, il più rapidamente possibile, magari estromettendo tutte quelle figure dentro al Partito Democratico che sono (quasi) filogovernative – da Pina Picierno a Graziano Delrio a Ettore Rosato – e soprattutto evitando accordi con partiti “sfolla-voti” come Italia Viva e Azione. 

Il progetto è ambizioso, ma le basi le abbiamo poste noi cittadini votando in massa “no” all’attacco sferrato ai danni della Costituzione da una destra che non si è mai davvero riconosciuta nei principi costituzionali di eguaglianza, libertà e democrazia, e che ha come chiaro progetto politico quello di un regime autoritario. 

La speranza è che Schlein, Conte e Fratoianni facciano il resto. 

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