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L’erosione sociale italiana assume tratti carsici: così si scivola lentamente verso un profondo logoramento

di Luca Grandicelli

Il fenomeno dell’erosione sociale in Italia è un processo difficile da arginare, in costante aumento. Dalla precarietà economica alle nuove forme di repressione ‘soft’, passando per l’impoverimento demografico e culturale, che corrodono lentamente legami sociali, diritti e desiderio di futuro delle nuove generazioni.

A sottolinearlo è il World Report 2026 di Human Rights Watch, che descrive un’Italia che usa sempre più il diritto penale per gestire il disagio sociale, colpendo chi si trova già ai margini. Il decreto Sicurezza 2025 introduce infatti pesanti sanzioni penali irrigidendo il quadro per chi occupa immobili – dai collettivi giovanili alle famiglie in emergenza abitativa – e per chi li sostiene, e in un contesto di accesso alla casa già fragile rischia di indebolire gli spazi di risposta dal basso ai bisogni abitativi più estremi. Oltretutto, secondo il Centro diritti umani di Padova, l’Italia ha sostanzialmente ignorato gli allarmi Onu su casa e povertà, mentre alle critiche europee su razzismo e discriminazioni ha risposto contestando i relatori più che correggendo le politiche.

La frattura più evidente, tuttavia, è ai margini delle strade d’Italia: nel 2025 sono morte 414 persone senza dimora, con oltre 400 decessi annui costanti dal 2020. Oltre metà muore nel Nord, con una forte concentrazione nelle grandi aree metropolitane e picchi in inverno e primavera, segno di un welfare urbano insufficiente e reti di protezione sociale ormai logorate.

Sul versante economico, il Rapporto BES 2024 dell’Istat segnala un rischio di povertà del 18,9% in Italia, contro il 16,2% della media UE27, e una diseguaglianza di reddito superiore al resto d’Europa. Il minore peso dei costi della casa rispetto all’Ue non nasce però da un welfare pubblico robusto, ma da un modello collaudato basato su proprietà ereditarie e sostegno intra-familiare. Il 59esimo Rapporto Censis 2025 parla altresì di un’Italia tenuta insieme da un welfare familista che sostituisce lo Stato nella cura, nel sostegno economico e nella gestione delle crisi. Ma questa supplenza logora inevitabilmente le reti di prossimità, accentuando i divari tra chi ha una famiglia forte e chi non ce l’ha.

Certamente, anche il fattore demografico fa da acceleratore. Nel 2024 si sono registrate circa 370.000 nascite, minimo storico dall’Unità e proseguimento di un calo che dura da oltre quindici anni. Per Bankitalia la forza lavoro potrebbe addirittura ridursi di oltre 7 milioni entro il 2050, con effetti diretti su Pil e sostenibilità del welfare se non ci sarà un salto di produttività. Intanto la fuga dei cervelli svuota il futuro: un giovane laureato in Germania può guadagnare in media l’80% in più di un coetaneo italiano, in Francia circa il 30% in più. Il risultato è dunque un doppio drenaggio, perché nascono meno persone e una parte significativa dei più istruiti se ne va, lasciando una società più anziana, avversa al rischio, pertanto più esposta alla retorica della paura.

Mettendo insieme tutti questi tasselli, l’erosione sociale italiana assume dei tratti “carsici”, dove anziché produrre rivolte di massa, si scivola lentamente verso una società difensiva. Diviene allora un tema geopolitico interno, dove una società frammentata, con bassa fiducia e capacità progettuale, è più vulnerabile a shock esterni, alla disinformazione e alle derive autoritarie “a bassa intensità”. Un quadro decisamente distintivo del logoramento profondo del patto sociale italiano.

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