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Tutti i miei dubbi sulla ricapitalizzazione di Banca Progetto

Torno su Banca Progetto, tema che ho affrontato più volte in questi anni su queste pagine, non per un incoerente fumus persecutionis ma perché oggi, alla luce di quello che sta accadendo, diventa difficile ignorare quanto alcuni segnali fossero già lì, visibili, quasi ostentati, e bastasse davvero poco, anche solo leggere con attenzione qualche curriculum vitae, per intuire che la gestione della banca si muoveva dentro un perimetro quantomeno ambiguo, di quelli che nel linguaggio elegante della finanza si definiscono “complessi” e che nella realtà spesso anticipano problemi molto più concreti.

C’è una differenza decisiva tra salvare una banca e salvare il sistema che le ruota intorno, e nel caso di Banca Progetto il sospetto è che si stia facendo soprattutto la seconda cosa, perché il disegno che emerge in queste ore è quello di un’operazione certamente necessaria per evitare un’insolvenza dagli effetti pesanti, ma costruita con estrema attenzione soprattutto per mettere in sicurezza chi deve entrare nel capitale o partecipare al salvataggio, non certo per fare piena chiarezza su ciò che è accaduto prima.

Il piano, per come viene raccontato, dovrebbe portare nel giro di pochi giorni alla ricapitalizzazione dell’istituto (750 milioni di euro circa!) con il coinvolgimento del Fondo Interbancario di Tutela dei Depositi e di un gruppo di grandi banche, dentro una cornice che punta a rispettare la scadenza dell’assemblea del 27 marzo, ma il punto davvero interessante non è la meccanica finanziaria dell’intervento, che pure è rilevante, bensì il fatto che attorno all’operazione si stia addensando una preoccupazione molto concreta: quella delle responsabilità pregresse, in particolare sul piano penale e su quello delle contestazioni; e in particolare sul fronte della responsabilità ex lege 231/2001, che riguardano la precedente gestione.

Le banche che dovrebbero partecipare al salvataggio, infatti, non ragionano come filantropi col cuore gonfio di senso civico, perché quando si tratta di mettere soldi veri in una banca finita nel mirino della Procura nessuno si siede al tavolo per spirito poetico; si siedono, semmai, se possono delimitare il perimetro del rischio, sterilizzare quanto più possibile le incognite e soprattutto evitare che l’operazione si trasformi in un acquisto di passività occulte travestite da rilancio industriale. È questo il senso delle notizie che parlano di pressioni per definire in anticipo il profilo delle contestazioni, quasi di una cristallizzazione preventiva delle responsabilità, una sorta di messa in sicurezza giudiziaria dell’operazione che consentirebbe ai nuovi soggetti di entrare sapendo, o almeno sperando di sapere, fin dove può spingersi l’onda lunga del passato.

Poi c’è l’altro nodo, quello delle garanzie, che nel linguaggio tecnico viene descritto con mille formule prudenti ma che in sostanza ruota sempre attorno alla stessa vecchia domanda: chi paga se i conti del passato continuano a presentarsi? Perché il salvataggio di Banca Progetto, da quanto si legge, non poggia solo sulla ricapitalizzazione ma anche su un sistema di protezioni ulteriori, su meccanismi di copertura delle perdite inattese e su un impianto pensato per evitare che chi entra oggi debba sopportare integralmente gli effetti di crediti problematici, di contestazioni future o di eventuali escussioni più fragili del previsto (si parla di una esposizione stimata tra 500 e 590 milioni di euro circa!).

Ed è esattamente qui che ritorna il tema dell’azzardo morale, di cui ho già scritto e che continua a essere il convitato di pietra di tutta la vicenda, perché il problema non è soltanto capire se il salvataggio riuscirà, ma che tipo di messaggio produce un’operazione in cui una banca può sviluppare il proprio business facendo largo affidamento anche su garanzie pubbliche, accumulare nel tempo criticità così gravi da richiedere un intervento straordinario e infine essere rimessa in sicurezza attraverso un’architettura che tutela soprattutto chi subentra. Il rischio, in questi casi, non scompare mai davvero, semplicemente trasloca, cambia destinatario, si redistribuisce in modo meno visibile e per questo anche meno discutibile sul piano pubblico, e infatti il paradosso è tutto qui: chi entra pretende un rischio chiaro, circoscritto e possibilmente già addomesticato, mentre chi era già esposto al sistema, dai depositanti fino al perimetro più largo delle garanzie pubbliche, resta di fatto dentro una zona grigia nella quale i costi finali possono sempre riapparire sotto altre forme.

La verità, per niente elegante ma molto concreta, è che il sistema bancario sta facendo ciò che ritiene necessario per evitare un fallimento disordinato, le banche coinvolte stanno facendo ciò che conviene a qualunque soggetto razionale, cioè cercare di entrare soltanto a condizione di non farsi travolgere dalle ombre della gestione precedente, e le autorità stanno tentando di tenere insieme stabilità, tempi stretti e necessità di chiudere il dossier prima che diventi ingestibile.

Però in tutto questo continua a mancare il chiarimento più importante, quello che in genere si perde proprio quando la struttura dell’operazione diventa abbastanza complessa da scoraggiare chi non mastica diritto bancario, procedure straordinarie, fondi di tutela e architetture di de-risking: chi resta davvero esposto se qualcosa non va come previsto. Perché dietro il lessico ovattato delle operazioni di sistema continua a nascondersi una vecchia abitudine italiana: privatizzare i vantaggi quando tutto gira e collettivizzare i rischi quando arriva il conto.

L'articolo Tutti i miei dubbi sulla ricapitalizzazione di Banca Progetto proviene da Il Fatto Quotidiano.

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