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La regola del degrado

La regola del degrado

Questo fine settimana m’è tornata in mente la mia partecipazione a un concorso musicale nazionale di tanti anni fa, evento che per via indiretta mi cambiò la vita. Io e il mio DJ ci provammo due volte, per due volte arrivammo alle finali regionali. L’anno dopo, il festival cambiò le regole: vincevano tutti un premio, non esisteva un primo classificato; all’improvviso a nessuno interessava più parteciparci, men che meno a noi.

Lo sport, stringi stringi, sono le sue regole.

Prendete un match di boxe e togliete le regole, avremo un tizio che prende una mazza, spacca la testa dell’avversario disarmato e vince. Per chi ha tendenze psicopatiche può essere divertente, ma di sicuro non sarebbe uno sport seguito e amato da miliardi di persone. Quello che appassiona è la capacità umana di vincere ad armi pari e rispettando le regole, riuscendo ad aggirarle con strategia, sfruttandole a proprio vantaggio. Stimiamo chi prevale con onestà, bravura e intelligenza sul suo avversario e schifiamo chi prova a farlo barando.

Alberto Sordi, Venezia, 1968
Studenti contestano il festival del cinema di Venezia, 1968 (RAI)

Detestiamo le regole, eppure sono loro a dare un senso

Prendete un evento, un premio, un festival, un campionato, qualcosa a cui per partecipare servono requisiti o il rispetto delle regole. È qualcosa di esclusivo, cioè che esclude chi non li ha o le rispetta. Più i requisiti e le regole sono severe, più sono gli scartati e più saranno considerati speciali quelli che riescono a farne parte.

Per un elementare principio umano, la stragrande maggioranza di noi più sa che una cosa è selettiva e più vuole entrarci. La psiche umana però è complessa; su cento che lo vogliono, cinquanta proveranno a entrare, venti diranno che a loro non interessa, trenta contesteranno le regole di selezione e chi le ha passate.

Beatrice Borromeo, celebre per i suoi fantasmagorici reportage sul Fatto quotidiano, posa con un tizio in smoking e mocassini. Prima della Scala, 2018 (Corriere)
Presidente Mattarella alla prima della Scala, Milano, 2018 (Corriere)
Contestazioni alla prima della Scala, Milano, (Rep)

Immaginate un concorso di palloni.

Viene indetto un concorso per decidere il pallone più sferico del mondo. Il primo anno partecipazione e affluenza sono solo degli addetti ai lavori e appassionati; il pallone vincente appare sul campo di gioco dei mondiali. L’anno dopo al concorso si presentano nuovi pallonari e la gente accorre a vederli; i pallonari emergenti più informati si affrettano a partecipare. L’anno dopo ancora, il concorso raggiunge l’apice con folle in visibilio e pallonari da tutto il mondo che cercano di entrarci. L’anno dopo ancora c’è così tanta affluenza che le regole e i requisiti si fanno più selettivi; la palla dev’essere sferica e di marmo.

Tutti i wannabe protestano.

L’anno dopo ci sono sit-in davanti alla sede, insulti alla giuria che l’anno successivo cede, creando una sottocategoria/premio di consolazione di palloni di legno. Apriti cielo: perché il legno sì e la gomma no? Alla fine arriva lo splendido a dire che l’uovo è la nuova sfera e che il concorso dei palloni è fatto da vecchi bacucchi; viene applaudito da tutti. L’anno dopo la giuria cede e fa entrare cani e porci. L’anno dopo, al concorso non vanno i professionisti perché è inutile, e i bari non ci vanno perché tanto ci entrano cani e porci.

Perché non è più “esclusivo”

È lo stesso principio per cui il primo album di un artista è sempre il migliore. Non è che poi si è “venduto”, o un festival si è “sputtanato”, o un premio si è “imborghesito” e via farneticando. È solo che prima lo conoscevamo in pochi e ci sentivamo – volevamo sentirci – un’elite. È quello che dice Salmo, uno che di questo meccanismo ne sa parecchio. Quando sentiamo parlare di qualcosa di “esclusivo” ci attrae e al contempo ci infastidisce perché ci mette alla prova.

Possiamo scegliere di impegnarci e lavorare per entrarci anche a costo di fallire, oppure cercare di svilirlo, uvavolpando e boicottando finché riusciamo a distruggerlo o entrare sfondando la porta. Nel primo caso dopo un istante di esaltazione – distruggere qualcosa di bello è l’orgasmo degli impotenti – ci deprimeremo perché privi di scopo. Nel secondo caso, una volta riusciti a entrare barando, ci deprimeremo per il principio di Groucho Marx: non vorrei mai appartenere a nessun club che contasse tra i suoi membri uno come me.

L'articolo La regola del degrado proviene da Termometro Politico.

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