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Valdo Spini e il Pci: «Ecco perché noi socialisti li invidiavamo»

Valdo Spini racconta di aver assistito a una scena quasi simbolica dei rapporti fra socialismo e comunismo in Italia. «Eravamo alle Frattocchie, aprile ’83. Da una parte lo stato maggiore del Pci con Berlinguer, Reichlin, Chiaromonte e Zangheri, dall’altra quello del Psi, e cioè Craxi, Martelli, Formica e io. Ricordo la scena come se fosse ancora sotto i miei occhi. Si discuteva di elezioni anticipate. Bettino fumava nervosamente e, senza curarsene, lasciava cadere la cenere e a volte le sigarette, che spegneva quasi subito, sul tavolo, fuori dal portacenere. Enrico, ogni volta, raccoglieva i mozziconi e li riponeva nel portacenere». È un dettaglio che avrebbe potuto descrivere così forse solo Raymond Carver. Due uomini, due gesti terribilmente quotidiani eppure terribilmente tragici. La rappresentazione icastica di una ricomposizione impossibile anche a anni di distanza dalla scissione del 1921, la dimostrazione di quanto il motto pas d’ennemis à gauche, nessuno è nemico a sinistra, sia sempre stato un mito. Non a caso «Craxi ottenne da Berlinguer le elezioni anticipate in cambio di una collaborazione che poi non ci fu», ricorda Spini, 75 anni compiuti ieri, due volte ministro, eletto in Parlamento per otto legislature, da sempre convinto e inossidabile socialista.

Spini, pochi giorni fa Rino Formica ha detto che la nascita del Pci non andrebbe celebrata.

«È giusto ricordarla dal punto di vista storico, fu il congresso della scissione e lì affondano le radici delle difficoltà avute dalla sinistra in Italia nel formare un vero governo socialista o socialdemocratico così come avvenuto in Inghilterra, nelle democrazie scandinave ma anche in Francia, Portogallo, Spagna e Grecia. Certo, ha dato vita al grande partito comunista. Ma dovremmo celebrare la scissione in senso opposto, anche alla luce di ciò che abbiamo appena visto in Parlamento».

La crisi e il governo a rischio a causa di un’altra scissione?

«Più che scissione la chiamerei decomposizione. Chi ha partecipato al congresso di Livorno almeno aveva una passione accanita. Oggi ne avremmo bisogno».

I rapporti fra Pci e Psi sono sempre stati travagliati.

«Sì, poi caduto il Muro il Pci ha cambiato nome. Solo Napolitano voleva un riferimento esplicito al socialismo nel nome, rimase in minoranza. Fui io a ottenere che ai piedi della quercia dei Ds ci fosse il simbolo dei socialisti, ma già allora i post comunisti guardavano al Pd. Un’occasione mancata».

Formica ha anche detto che il fascismo fu la vergogna del capitalismo, il comunismo la tragedia del socialismo.

«Nel ’21 il mito delle rivoluzione sovietica era profondamente sentito. L’insufficienza di quell’istanza si avverte già nel congresso di Livorno, che si tiene 18 mesi prima della Marcia su Roma. Si discute della rivoluzione dei soviet e della sua attualità in Italia, ma il pericolo fascista è sottovalutato. In questo rifulge una sola figura, Giacomo Matteotti».

Poi purtroppo la pagherà cara.

«Perché è un eroe. Ma quel congresso viene aperto da Secondino Tranquilli, conosciuto come Ignazio Silone, che dice: “Bruciamo il feticcio dell’unità”. Spicca Turati. Avverte che non è possibile installare il comunismo in un paese agricolo non ancora industrializzato come la Russia e che il rischio è la dittatura. Profetico. Il più incisivo fra i comunisti è Terracini. Parla di una scissione utile a costruire un partito che prenda il potere per la classe operaia, ma la svolta c’è con Gramsci e le tesi di Lione. Il Pci nasce come un piccolo partito settario, è con la Resistenza che diventa grande».

Ha mai invidiato i comunisti?

«Sì, per la loro organizzazione, ci siamo sempre sentiti di rincorsa. Nel ’76 l’ho provato sulla mia pelle. Era la fine della campagna elettorale, a sorteggio ottenni l’ultimo comizio a Signa. Mi chiamò il segretario locale del Pci per chiedermi di farmi da parte: era sempre toccato a loro. Mi rifiutai. Tutto il comizio venne disturbato dal loro scalpiccio sul selciato della piazza. Ma a rendere il Pci un grande partito di massa fu Togliatti: “Vogliamo costruire un partito che aderisca alle mille pieghe della società”, disse, e così scalzò la presenza socialista nelle aree tipicamente riformiste come il sindacato e le cooperative. Questa fu la forza del Pci».

“Pas d’ennemis à gauche”: non ha mai funzionato.

«Ora sarebbe invece il momento di varare se non una Costituente, un appello alla ricomposizione. E il compito spetta all’unico partito di quella tradizione rimasto in piedi, il Pd». —

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