«Vi racconto il mio Partito Comunista»
È in una pubblicazione allegata alla rivista della Fondazione ItalianiEuropei che troviamo una delle più interessanti riflessioni "in presa diretta" sulla storia del Partito comunista italiano, in occasione di questo anniversario dei 100 anni dalla sua costituzione."Il nostro Partito. Dialogo sul Pci" è il titolo di una conversazione a più voci - stimolata e raccolta da Silvio Pons, professore ordinario di Storia contemporanea alla Normale di Pisa - che mette insieme cinque tra i maggiori protagonisti della vicenda politica, culturale e sociale del comunismo italiano -Luciana Castellina, Massimo D’Alema, Emanuele Macaluso, Achille Occhetto e Aldo Tortorella - attraverso un arco di tempo, e ciascuno per la sua generazione, di quasi 70 anni: gli anni decisivi della Resistenza e della ricostruzione democratica dell’Italia, i rapporti con l’Unione Sovietica, i carri armati a Praga, la caduta del muro di Berlino, dal Pci ai Democratici di Sinistra.Sentiamo l’onore oggi di ospitare l’ultima testimonianza di Emanuele Macaluso, che è venuto purtroppo a mancare martedì scorso lasciandoci orfani del suo pensiero e della sua saggezza critica. ItalianiEuropei dunque ci ha gentilmente concesso un’anteprima per i lettori del nostro giornale della parte relativa alle storie personali dei nostri "protagonisti" che incontrano la storia del Pci e, insieme con questa, contribuiscono a cambiare la storia dell’Italia.
Luciana Castellina. Iscritta al Partito Comunista Italiano nel 1947, ne ha fatto parte sino al 1969, quando è stata radiata dal Partito perché cofondatrice de "il Manifesto". È stata più volte parlamentare sia in Italia sia in Europa, e autorevole giornalista prima al Manifesto e poi a Liberazione come direttrice. È stata presidente della commisione Cultura del Parlamento europeo.
Massimo D’Alema. Iscritto al Partito Comunista Italiano dal 1968, è diventato segretario nazionale della Federazione Giova nile Comunista Italiana poi segretario regionale del Pci in Puglia. Entrato nella segreteria nazionale del Partito nel 1986, ha diretto "l’Unità", è stato presidente del Consiglio dei ministri dal ’98 al 2000, ministro degli Esteri, segretario nazionale del Partito Democratico della Sinistra e successivamente presidente dei Democratici di Sinistra.
Emanuele Macaluso. Si iscrive al Pci sin dal 1941. Sindacalista degli ultimi e poi deputato regionale (Sicilia) del Pci, nel 1956 entra nel Comitato centrale per passare nella direzione del Partito e nella segreteria politica prima con Togliatti, poi con Longo e Berlinguer. Deputato per tre legislature, nel 1976 è eletto in Senato e ha mantenuto l’incarico parlamentare sino al 1992, quando ha lasciato la politica attiva. È stato direttore del quotidiano "l’Unità" (1982-86).
Achille Occhetto. Segretario della Federazione Giovanile Comunista, poi segretario del Pci in Sicilia. È stato deputato a partire dal 1976. È diventato segretario del PCI nel 1988. Nel 1991 durante il XX congresso ha dato vita al Partito Democratico della Sinistra (Pds), di cui è stato segretario fino alla sconfitta nelle elezioni del 1994. È stato tra i fondatori del Partito del Socialismo europeo e parlamentare europeo.
Aldo Tortorella. Membro attivo della Resistenza italiana milanese e del Partito Comunista Italiano. Alla Liberazione divenne giornalista dell’edizione genovese de "l’Unità", in seguito se- gretario della Federazione milanese del Pci e poi del comitato regionale lombardo. Direttore de "l’Unità" (1970-75), è stato membro dell’ultima segreteria Berlinguer e poi di quella Alessandro Natta. Tra il XIX e il XX congresso nazionale del Pci è stato presidente del partito.
SILVIO PONS professore ordinario Storia contemporanea Normale di Pisa
Luciana Castellina, Emanuele Macaluso, Aldo Tortorella, Achille Occhetto, Massimo D’Alema, voi rappresentate generazioni diverse del comunismo italiano, riconducibili sul piano formativo a esperienze ed eventi cruciali della storia nazionale e internazionale (la Resistenza e la Costituente, la destalinizzazione e i fatti d’Ungheria del ’56, il Sessantotto e la Primavera di Praga). Il ruolo unificante dei leader e il ricambio dei gruppi dirigenti per cooptazione e nella continuità furono i cardini del Partito Comunista Italiano come partito di massa, un presupposto essenziale della sua funzione nazionale e di integrazione sociale. nel contempo, la qualità intellettuale che contraddistinse tutti i gruppi dirigenti italiani fu una peculiarità sconosciuta agli altri partiti comunisti, destinata a fondare una notevole capacità di rinnovamento culturale e nello stesso tempo combinata con una dimensione di massa e popolare. Ma è anche evidente che la narrazione continuista fu una "invenzione della tradizione", per usare una nota formula di Eric Hobsbawm, che tendeva a velare fratture e conflitti. A cominciare dalla rottura tra Gramsci e Togliatti nel 1926, che non fu mai ricomposta. nel dopoguerra, Togliatti pilotò la transizione dalla generazione cominternista a quella successiva, ma sin dal 1956 e soprattutto negli anni Sessanta emersero divisioni inter e intra generazionali che presentavano traiettorie divergenti e sempre più difficilmente riconducibili a sintesi nella cultura politica del Pci. Quali ritenete siano stati i caratteri, gli apporti e le fratture delle vostre rispettive generazioni?
LUCIANA CASTELLINA iscritta al partito dal 1947 e radiata nel 1969
Togliatti, arrivando a Salerno, ha compiuto una vera e propria rivoluzione all’interno del gruppo dirigente del partito. Capì che, seppur eroici, i militanti che tornavano dall’esilio o che uscivano di prigione non avevano più alcun rapporto con il paese reale, per questo decise di affidare il partito alle generazioni più giovani, anche con operazioni molto coraggiose: tra questi giovani vi erano infatti pure i ragazzi che avevano vinto i littoriali nelle università fasciste e che quindi avevano alle spalle una cultura molto diversa da quella del partito tradizionale. Quando mi occupavo di cinema e per questo incontravo frequentemente Jack Valenti, presidente dei produttori hollywoodiani, gli dicevo sempre scherzando che delle "colpe" dei comunisti italiani era assai più responsabile Hollywood che Mosca, visto che avevo sentito tante volte raccontare da non pochi leader del Pci che la prima scoperta di una cultura popolare ma non populista l’avevano fatta guardando i film del new Deal americano, un primo passo verso l’antifascismo militante. Peraltro parecchi di loro, se ci pensate, uscivano dal Centro sperimentale di cinematografia: Ingrao, Alicata, Lizzani, Visconti ecc. Esistevano diversi Pci. Io mi iscrissi a quello romano, appena compiuti i 18 anni, nell’autunno del ’47, quando le prime elezioni amministrative furono turbate da una provocazione - l’accusa rivolta ad alcuni giovani comunisti di piazza Vittorio di aver ucciso Gervasio Federici, un ragazzo che stava attaccando manifesti della Dc. Si trattò di una provocazione, e a me fece capire che il gioioso dopoguerra era terminato, che le cose si facevano dure e occorreva impegnarsi. Il Pci romano era molto diverso da quello milanese. Mi torna alla mente il grande raduno delle Avanguardie Garibaldine a Genova, alla vigilia delle elezioni del 1948. Noi partimmo da Roma con lo slogan: «Oijo, petrolio, benzina al Viminale, chi tocca la Repubblica je famo er funerale», dando l’assalto ai treni senza pagare il biglietto. Quando arrivammo a Genova trovammo Ugo Pecchioli in divisa, alla testa di un drappello di giovani della Resistenza in uniforme che si presentavano come veri e propri reparti armati. E così le altre delegazioni del nord, tutte operaie e disciplinate. Era evidente che noi eravamo molto diversi. Il mio Pci era caciarone, indisciplinato, sottoproletario. Quello delle borgate romane. Edoardo D’Onofrio, da segretario regionale del Lazio, capì che il partito romano andava necessariamente costruito a partire dal sottoproletariato. A Roma, infatti, l’unica fabbrica esistente era la Breda, la sola cui potevamo riferirci quando invocavamo la classe operaia. Questa nelle borgate è stata per me l’esperienza più bella: aver visto crescere da sudditi a soggetti politici quei cittadini, quella parte di popolo: i rifugiati del fronte di Cassino, quelli che erano stati cacciati dal centro di Roma, persino le prostitute per bisogno.Sono autentici i romanzi di Pasolini in cui c’è sempre un borgataro, povero, e magari persino ladruncolo, che afferma con orgoglio di avere la tessera del Pci nel taschino. Così come è vero ciò che dice Ascanio Celestini, quando racconta della mamma che nel cassetto teneva la tessera elettorale, la carta d’identità, l’immagine della Madonna e la tessera del Partito Comunista. Questo era, effettivamente, il popolo che apparteneva al mio Pci. Quando Jean-Paul Sartre arrivò in Italia negli anni Cinquanta, curioso di questi comunisti italiani così diversi da quelli che aveva conosciuto in Francia, dopo qualche tempo diede una meravigliosa definizione di questo Pci. «Adesso ho capito», disse, «il Pci è l’Italia». Non avanguardie educate al marxismo leninismo, ma un pezzo di popolo in cui scorreva lo stesso "sangue" - la stessa cultura, le stesse abitudini, gusti, persino molti dei valori. E che però, grazie al Pci, aveva potuto sperimentare quello scatto di soggettività che trasforma i poveracci in orgogliosi proletari. Quelle donne, cattoliche quasi tutte, tennero testa fermamente alle scomuniche feroci che il papato di allora inflisse a chi aveva la tessera del Pci. Togliatti, che oltre a essere intelligente era anche spiritoso, diceva che il Partito Comunista Italiano era come una giraffa, un animale assolutamente anomalo, ma normale.
EMANUELE MACALUSO iscritto dal 1941, parlamentare e direttore dell’Unità
Ho aderito al Pci nel 1941, nel periodo clandestino, e vi ho aderito perché ho conosciuto alcuni compagni. Uno di questi era Gino Cortese, che in seguito farà il partigiano a Parma ma era di Caltanissetta, la mia città. Egli aveva sentimenti già fortemente comunisti; un altro era Calogero Boccadutri, un operaio che era stato in carcere a Civitavecchia, non per ragioni politiche, e aveva condiviso la cella con Umbertp Terracini, per questo divenne comunista. Era di Favara, ma a Caltanissetta era il capo cellula di un gruppo di giovani comunisti. Anche Leonardo Sciascia, pur non iscrivendosi mai, frequentava assiduamente il partito.Quelli sono gli anni in cui il Partito Comunista mi si è radicato dentro. La mia era una famiglia modestissima, eravamo tre fratelli, e siccome mio padre lavorava come manovale delle ferrovie e non potevamo permetterci di pagare le tasse scolastiche, ci mandarono prima all’avviamento al lavoro, poi all’Istituto minerario. Caltanissetta era una città di zolfatari, braccianti, contadini, che aveva bisogno di crescere, ma che non cresceva mai. Il mio Pci nasceva da una condizione sociale, forse incomprensibile alle nuove generazioni, e mi è rimasto dentro il cuore perché ha segnato la mia vita e finanche la mia vecchiaia. Vi aderii da ragazzo, poi ho ricoperto diversi ruoli: per anni sono stato il segretario del partito in Sicilia, sono stato in seguito nella segreteria con Palmiro Togliatti, inoltre ho fatto il segretario della Camera del lavoro e della Cgil. Il Pci ha segnato la mia vita e quella di migliaia di giovani perché quel partito, oltre a una grande azione politica, svolse una funzione sociale e culturale. Formò molte coscienze e recuperò tanti giovani che, soprattutto nella mia terra, avrebbero potuto prendere strade sbagliate, pericolose e devianti e li rese cittadini che poi fecero le grandi battaglie per la Costituente e per la costruzione della Repubblica.Quel partito è la mia esistenza, di quegli anni e di quelli successivi, perché gli anni della clandestinità, del fascismo, della ricostruzione e della Costituzione sono stati anni formidabili per me e per un’intera generazione.
ALDO TORTORELLA membro della Resistenza e uomo vicino a Berlinguer
Anch’io sono entrato a far parte del Pci nel periodo della Resistenza, pur avendo una storia diversa da quella di Macaluso o di Castellina. La mia era una famiglia borghese, frequentavo il liceo scientifico perché volevo fare il biologo, poi compresi di non essere portato per gli studi scientifici perché mi appassionai alla filosofia. Scoprii l’antifascismo grazie al mio primo professore di filosofia, che era un crociano, liberale, molto bravo. Quando egli morì venne un giovane supplente, Mario De Micheli, che inizialmente si presentò come un libero pensatore, poi si rivelò un marxista e un comunista. Con lui iniziai nel 1942- 43 a frequentare i giovani di Brera che si consideravano comunisti per amore di Picasso. Uno di essi, Raffaellino De Grada, aveva un vero rapporto con l’organizzazione clandestina del Pci. Con lui partecipai alla fine del ’43 alla formazione del comitato del Fronte della Gioventù di Milano e lì conobbi Gillo Pontecorvo, membro del comitato nazionale del Fronte, e divenni responsabile degli studenti universitari.Nel 1944 venni arrestato a seguito di un incontro clandestino all’Università Cattolica. In carcere mi ammalai e fui trasferito all’Ospedale maggiore, da cui evasi grazie all’aiuto di un primario comunista che dirigeva l’organizzazione del Comitato nazionale di Liberazione, e di una suora. Il capo del Fronte, Eugenio Curiel, mi mandò a Genova a rifondare l’organizzazione del Fronte della Gioventù, dove gran parte del gruppo dirigente era stato catturato o disperso. Alcuni erano stati uccisi. A Genova l’insurrezione anticipò di un giorno. Nella notte precedente il partito mi destinò a fare l’Unità. Ero uno dei pochi studenti universitari rimasti. Il primo numero nel nord de l’Unità fu il nostro, stampato la notte del 24 aprile. Il Partito Comunista voleva essere il partito della classe operaia e di fatto lo era anche da un punto di vista sociologico. Soprattutto al momento della Liberazione era un partito di operai e di dirigenti di estrazione operaia. Gli intellettuali erano pochi, gli studenti anche. Diversamente da Emanuele e da Luciana ho fatto poca militanza di base. Fui cooptato subito, oltre che all’Unità, nei gruppi dirigenti di Genova e poi di Milano e ben presto nel Comitato centrale. Ero entrato nel partito con l’idea della rivoluzione mondiale, ma da Curiel appresi il mutamento di prospettiva che Togliatti aveva indicato con la parola d’ordine della "democrazia progressiva" che sostituiva quella della "dittatura del proletariato".Per me e per altri giovani della Resistenza divenne subito una prospettiva giusta. Ma non per molti dei comunisti, vecchi o partigiani, donde le opposizioni che ci saranno. L’obiettivo indicato da Togliatti nella svolta di Salerno era quello della realizzazione di una democrazia nazionale collegata all’idea di internazionalismo. E, a proposito delle fratture tra generazioni o entro le generazioni, segnalo che la prima frattura - se vogliamo chiamarla così - fu quella tra partito del Sud e partito del nord durante la Resistenza. Da una parte il PCI era un partito legale e al governo, nel Sud, mentre nel nord era un partito clandestino cui si partecipava a rischio della vita.
ACHILLE OCCHETTO ultimo segretario del Pci e primo segretario del Pds
Io rappresento già la prima generazione che non ha fatto la Resistenza, e quindi ascolto sempre con grande passione e interesse i racconti come quelli di Aldo e degli altri, anche se la Resistenza è stata per me molto presente in termini ideali, politici e sentimentali. La Resistenza l’ho vista a casa mia, dove c’era la sede clandestina della sinistra cristiana. Questa mia esperienza ha una particolare rilevanza perché ci fa intravedere uno spaccato di cosa sia avvenuto nella storia della sinistra italiana e dell’antifascismo. E questo perché, benché casa mia fosse la sede della sinistra cristiana, vi entravano partigiani comunisti, socialisti, meravigliosi uomini del Partito d’Azione, cioè la democrazia antifascista. Questo fu un elemento molto formativo per me. Poi ricorderò per tutta la vita quando il 25 aprile dal balcone di casa vedemmo i carri armati che gli operai della Fiat avevano costruito la notte aspettando l’avviso dell’insurrezione e che svettavano, davanti a noi, con le bandiere rosse e le bandiere tricolori. Questi sono i fatti che politicamente e moralmente mi hanno segnato. Io però, dopo una brevissima esperienza tra gli "aspiranti" dell’Azione Cattolica a Torino, mi sono iscritto alla Federazione Giovanile Comunista a Milano, quando segretario del Pci di quella città era Giuseppe Alberganti, che, non essendo sulla linea di Togliatti, ci forniva una visione estremamente cupa del comunismo. L’unica luce era rappresentata dalla Casa della Cultura diretta da Rossana Rossanda, dove si riunivano tutte le coscienze critiche, quelle riformiste più moderate e quelle più di sinistra.Capii in quel momento di essermi iscritto a un partito totalmente diverso rispetto a quello che avevo conosciuto attraverso lo studio dei teorici, filtrati allora dalla cultura stalinista. Nel partito nuovo di Togliatti rimaneva ben poco di alcuni capisaldi del leninismo. Anzitutto si concepiva la Costituzione non soltanto come la legge da rispettare, ma come l’orizzonte della lotta per il socialismo. Soprattutto, era cambiato il rapporto con la democrazia rappresentativa. La mia generazione è stata subito educata a questa visione nuova dello Stato, della società e quindi anche della politica. Gli elementi di rottura critica da me più volte manifestati nel corso degli anni non si sono quasi mai rivolti contro la linea politica nazionale del partito, quanto piuttosto sono stati determinati da un acuto tormento dinnanzi alla "doppia dipendenza": quella nei confronti della Costituzione repubblicana e della fedeltà ai principi democratici a cui si atteneva la lotta per la via italiana al socialismo, e quella della dipendenza dalla politica di Mosca, per di più in progressiva crisi per le sue pulsioni autoritarie e il suo abbandono dei principi fondamentali della "democrazia antifascista". Quando si dice che la Russia vinse la guerra ma perse la pace si intende dire che perse la primazia ideale e morale che le veniva dall’aver partecipato, con una funzione determinante, alla guerra contro il nazifascismo. Questa contrad dizione segnò molti momenti della mia militanza politica, fatta da molteplici percorsi, dalle più formative esperienze di base come responsabile di sezioni territoriali, prima della Fgci e poi del partito, fino ai livelli più alti di responsabilità politica. E si manifesterà durante i fatti di Ungheria, e successivamente contro l’assetto antidemocratico interno all’Unione Sovietica e così via. Ci sono però due considerazioni da fare. La prima, che appare evidente anche dalle cose che qui stiamo dicendo, è che «ogni generazione giunge agli ideali del socialismo per vie diverse». Questa è una frase che ci è stata inviata da Togliatti a una grande assemblea della Federazione Giovanile Comunista. La seconda è che non siamo stati comunisti tutti allo stesso modo. Ci sono state delle differenze secondarie, esistenziali e generazionali che però poi sono confluite tutte nello stesso alveo. Ma va detto che nel mondo comunista ci sono state anche differenze sostanziali: non c’è dubbio che il comunismo di Berlinguer non era il comunismo di Breznev. Nel movimento comunista ci sono stati intellettuali critici come Rosa Luxemburg, che io considero una "radice", che per prima ha criticato il giacobinismo di Lenin e le prospettive catastrofiche sul piano dell’autoritarismo che questo avrebbe portato dentro di sé. Quindi la mia è stata una generazione che, grazie alla visione liberal del partito, aveva avuto la possibilità di conoscere tutti i diversi, e anche contrastanti, aspetti del comunismo. La possibilità di cogliere queste sfaccettature ci fece comprendere anche le differenti potenzialità e i diversi sbocchi della storia del Partito Comunista. Di un partito che ha rappresentato un cardine insostituibile della storia della democrazia italiana e dello sviluppo democratico e civile di questo paese.
MASSIMO D’ALEMA presidente del Consiglio e ministro degli Esteri
Io ho vissuto il passaggio generazionale della classe dirigente del partito in casa. La mia era una famiglia comunista. Mio padre era un dirigente comunista partigiano, apparteneva a quella generazione di dirigenti della Resistenza che venivano inviati nelle diverse aree del paese; e anche tutta la famiglia di mia madre era parte del comunismo romano, quello popolare di cui parlava Luciana Castellina; mio zio, Gastone Modesti, era stato segretario della Fgci di Roma nell’immediato dopoguerra. Io ho fatto parte dell’associazione dei pionieri nel leggendario Circolo dei Pionieri di cui erano membri tutti i figli dei dirigenti del Pci che vivevano a Monteverde. Gaspara Pajetta era presidente e io segretario. In questa veste portai il saluto dei pionieri al IX Congresso nazionale del Pci.A partire dal 1960 vissi a Genova, dove mio padre era segretario regionale. nel 1963 sono entrato a far parte della Fgci e ricordo Mario Margini e Giulietto Chiesa come i primi dirigenti che incrociai nella mia esperienza politica. Poi ci fu una cesura e quando mi iscrissi al Pci, nel 1968, il mio rapporto non fu più mediato dall’esperienza familiare. Entrai alla Scuola normale di Pisa, anno accademico 1967-68, e prendendo le distanze dalla formazione adolescenziale mi spostai su una posizione radicalmente critica verso il partito, verso le sue incertezze, verso il suo gradualismo. Fui pienamente partecipe dell’ondata del Sessantotto. Tuttavia decisi di iscrivermi al Partito Comunista con l’idea di poter fare all’interno una battaglia politica. Eravamo un gruppo di giovani compagni e ci trovammo in una difficile condizione, perché doppiamente in minoranza. In minoranza nel partito che, nella sua struttura organizzata, non aveva simpatie per il radicalismo studentesco; in minoranza nel movimento, nel quale gli iscritti al Pci rappresentavano davvero una componente esigua. Anche la Scuola normale era, infatti, dominata dai cattolici e da Potere Operaio con Sofri, Cazzaniga ecc. Iscritti al Pci eravamo in tre: Fabio Mussi, il bibliotecario e io. È abbastanza impressionante ripensare a come nel corso di pochi anni la situazione mutò radicalmente: nel 1972 la maggioranza dei cento studenti della Scuola normale era composta da militanti dell’organizzazione comunista. Nel corso di quegli anni, a cavallo tra il Sessantotto e i primi anni Settanta, una parte larga della nuova generazione diventò comunista, specie tra le élite intellettuali del paese. A partire dal Sessantotto inizia la fase di massima espansione del fascino del Partito Comunista Italiano; vi fu un vero e proprio sfondamento culturale e politico che riguardò un’intera generazione, e la presa di distanza dalle posizioni sovietiche, nel 1968 praghese, fu un passaggio fondamentale. Dopo un anno accademico in cui furono sospese le sessioni d’esame, per cui dovemmo fare tutti gli esami a giugno, in due decidemmo di andare a Praga con una Cinquecento, perché lì ci portava lo spirito del tempo. E mi trovai lì quando arrivarono i carri armati sovietici. Ho un ricordo estremamente preciso del momento in cui, tra le proteste dei giorni successivi, arrivò la notizia, dalla radio clandestina, che il Partito Comunista Italiano aveva espresso il suo dissenso rispetto all’azione dell’Unione Sovietica. Ricordo la commozione, l’orgoglio dell’appartenenza a un comunismo diverso da quello che si stava manifestando a Praga nella forma di carri armati russi. Quella presa di posizione del Pci, per la maggior parte della mia generazione, è stata cruciale. Una scelta diversa avrebbe reso impraticabile l’adesione a quel partito e la sua vitalità all’interno della società italiana si sarebbe notevolmente ridotta. Per noi che vivevamo l’esperienza della rivolta studentesca fu anche molto importante l’idea che il Pci fosse la forza che ci consentiva di collegarci al movimento operaio e quindi a una prospettiva storica di rinnovamento del paese. Fu importante la possibilità di costruire un rapporto diretto con la classe operaia. Infatti una delle prime iniziative che facemmo fu quella di portare nelle università gli operai della Piaggio, delle acciaierie di Piombino ecc. che ebbe un impatto enorme perché si trattava di una classe operaia molto evoluta, il cui messaggio politico ebbe una enorme eco tra gli studenti universitari. Infine il Pci era una grande forze internazionale e internazionalista attraverso la quale gli studenti potevano sentirsi vicini alla lotta del popolo vietnamita o di altri movimenti di liberazione in diverse parti del mondo. Ricordo che sul finire del Sessantotto, con una delegazione della Fgci composta da Giulietto Chiesa, Giorgio Manacorda e il sottoscritto andammo a Francoforte al congresso della Sds, poco dopo l’attentato a Rudi Dutschke, in cui la componente comunista della Sds usciva dall’organizzazione perché aveva rifiutato la condanna dell’intervento sovietico a Praga.In quel congresso noi eravamo gli ospiti d’onore perché eravamo considerati i rappresentanti di un movimento diverso rispetto al comunismo di natura sovietica. La nostra generazione contribuì a una modernizzazione della cultura del partito e a una apertura verso processi di trasformazione tumultuosi della società italiana. non si potrebbe capire la straordinaria avanzata comunista nei ceti urbani che portò alla svolta del ’75-’76 senza l’apporto della generazione del Sessantotto. Ci furono tuttavia anche elementi più discutibili come certamente una buona carica di radicalismo anticapitalistico che finì per dare nuove ragioni all’antiriformismo, già proprio della tradizione comunista. Per la mia generazione fu importante il modo in cui il gruppo dirigente del Pci seppe confrontarsi con i giovani. Anzitutto colpì la ricerca di un rapporto diretto, a partire dal famoso incontro di Luigi Longo con i dirigenti del movimento studentesco. Quando Achille Occhetto organizzò il grande convegno degli studenti e degli operai ad Ariccia nell’autunno del 1968, l’assemblea decise di costituirsi in gruppi di lavoro per scrivere un documento che voleva essere una sorta di tesi alternativa per il congresso del partito. Si trattava di una evidente forzatura rispetto alle procedure normali e la proposta fu avanzata in modo persino provocatorio. Ricordo però che non vi fu nessuno scandalo, il gruppo dirigente del Pci accettò le decisioni di quell’assemblea e venne a misurarsi con quei gruppi di lavoro. Insomma non c’è dubbio che per una nuova generazione di intellettuali ebbe un grande peso il fatto di trovarsi di fronte un gruppo dirigente di grande forza culturale e di notevole apertura. Questo fu un punto di forza del Pci e diede al partito una grande capacità seduttiva sulla generazione del Sessantotto. --© RIPRODUZIONE RISERVATA