World News

Dieci libri in uscita per spiegare una storia fatta di valori di giustizia

Dieci libri per un anniversario. Abbiamo contato almeno dieci libri in uscita in questa manciata di giorni di gennaio, scritti per raccontare la storia del Partito comunista italiano che quest’anno compie un secolo. Certo, 100 anni sono importanti e sono tanti, ma dieci libri di analisi, approfondimenti, testimonianze, su un evento che sancì drammaticamente la rottura del movimento operaio e socialista italiano, all’indomani della rivoluzione russa e a pochi mesi dall’avvento del fascismo in Italia, ebbene quei dieci libri stanno a dimostrare quanto ancora oggi quel partito e quella storia sono intimamente connaturati nelle vicende politiche, nella cultura, nella sociologia di questo intero Paese.

Il fatto che il Pci non esista più da oltre trent’anni, nel nome e nella sua forma organizzata e possente del secolo scorso, poco importa. Importa invece che una dittatura, una guerra, una lotta di resistenza, una ricostruzione morale e “fisica” di un Paese sfasciato e di una democrazia ancora oggi in cerca di una navigazione sicura in acque che sono tornate di recente a intorbidirsi e a minacciarla, hanno fatto e fanno ancora i conti con un’eredità politica e culturale che sembra sovrastare tutte le altre, e più delle altre interroga l’attualità.

«Adesso ho capito: il Pci è l’Italia» disse Jean-Paul Sartre – come ci ricorda Luciana Castellina – in un suo viaggio italiano negli anni ’50, con la curiosità di un Partito comunista che appariva così diverso dai partiti comunisti del resto del mondo. I suoi militanti, i contadini e poi gli operai, gli intellettuali, gli studenti e il ceto medio, erano tutt’uno con i valori e un’etica civile che scorreva nelle vene di quel partito e che viveva nella società italiana attraverso i mille rivoli di una vita quotidiana fatta di lavoro, sacrifici, sogni, impegno politico e fiducia “nell’avvenire”.

Anche negli anni più vicini a noi, i volontari per esempio delle feste dell’Unità, ci hanno fatto capire quanta vita reale scorreva in quella passione politica: i volontari e le loro famiglie prendevano le ferie dal lavoro e dalle loro case e si dedicavano, senza risparmio, a costruire con le proprie mani vere e proprie cittadelle della politica e della socialità – con le cucine, i ristoranti, le sale dibattito, le arene-concerto, le aree-giochi –, “cittadelle” che hanno rappresentato plasticamente non solo il “cuore” di un confronto civile permanente tra il partito e la società italiana, ma una delle basi di pietra su cui fondava il largo consenso popolare del più grande partito comunista d’occidente.

«Essere iscritti al Pci – ha ricordato Gianni Cuperlo in una sua recente intervista sulla storia del comunismo e dei comunisti italiani – significava aderire a una cultura, a un corpo di valori e a una lettura della storia, che si sceglievano e si praticavano come obiettivo comune».

E la lotta per quell’obiettivo «può riempire degnamente una vita» ebbe a dire Enrico Berlinguer nel suo ultimo, fatale comizio in piazza dei Frutti a Padova, quando a proposito di «questo terribile, intricato mondo di oggi», ammoniva i militanti a “conoscerlo, a interpretarlo, a trasformarlo e a metterlo al servizio dell’uomo, del suo benessere, della sua felicità».

Dunque una cultura politica che, malgrado i gravi errori di deliberata e lunga sottomissione all’egemonia sovietica e di una competizione revanscista con il partito socialista – in aggiunta a certe ritrosie conservatrici nei confronti dell’evoluzione dei tempi moderni – è stata una cultura che segnò una originale via nazionale al socialismo, al cui centro campeggia l’uomo, i diritti, l’ambiente, un umanesimo nuovo che è portatore di solidarismo dell’accoglienza e apertura al mondo.

Decisiva fu l’alleanza tra culture politiche diverse nella grande stagione della lotta di Liberazione, che si distinse innanzitutto come lotta di popolo, e poi, più avanti, la nuova resistenza al terrorismo con la sconfitta della Brigate Rosse.

La ragione di tutti questi libri, infine, di questo sforzo di riflessione e di pensiero, ma anche di attrazione verso i protagonisti e le vicende del Partito comunista italiano, risiede forse nel fatto che cova sotto la cenere una sorta di “nostalgia” intellettuale non dichiarata.

Ne ha parlato recentemente Giuliano da Empoli, evocando per l’esattezza tre nostalgie: una di tipo “religioso”, una sociologica, l’altra culturale. La prima è la nostalgia «per una Chiesa e un Vangelo marxista che spiegavano e davano senso a ogni aspetto dell’esistenza, in una prospettiva ottimistica, e con l’orizzonte di una salvezza universale»; la seconda «è una nostalgia che chiamerei sociologica, il rimpianto cioè di una saldatura tra la sinistra e il popolo: in particolare, nel caso del Pci, tra gli intellettuali che guidavano il partito e la classe operaia»; la terza nostalgia è culturale, laddove «uno dei maggiori contributi teorici di Antonio Gramsci al pensiero marxista è stato il concetto di egemonia culturale: la battaglia politica si combatte non solo sul terreno economico e sociale, ma anche nel campo delle idee: nell’arte, nella letteratura, nelle scuole, nei giornali».

Solo che da Empoli conclude che tali consapevolezze non appartengono più alla sinistra, sia italiana sia mondiale, e che anzi la destra, i movimenti nazional populisti in Europa e altrove, se ne sono appropriati in una narrazione che viaggia esattamente all’opposto di quella del mondo progressista. Insomma se ne discute e se ne discuterà, tra mille nuovi pericoli e mille paure in agguato: perché, appunto, ripercorrere la storia può aiutare a ritrovare una lezione per l’oggi. E il bandolo di una matassa per una nuova stagione della politica. —

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Читайте на сайте