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Dallo smaltimento dei rifiuti al riciclaggio di denaro ecco gli affari della malavita

Le infiltrazioni

La Toscana è terra di conquista per la camorra e per i Casalesi in particolare, che spesso la scelgono come regione dove riciclare i loro guadagni. Lo dimostra l'operazione della Dda di Firenze (Direzione distrettuale anti-mafia) che ieri ha portato all’esecuzione di 34 misure cautelari, scoperchiando un sistema di 23 società creato per evadere il fisco e riciclare denaro. A testimoniarlo ci sono anche le inchieste degli ultimi anni e i report della direzione investigativa nazionale antimafia. In Toscana, affermavano già i vertici della Dia in una relazione del 2019, «la camorra e la ’ndrangheta si confermano protagoniste di un consolidamento organizzativo, colmando, specie nel caso delle cosche calabresi, gli spazi lasciati vuoti dai gruppi siciliani». La criminalità organizzata va ovunque intraveda la concreta possibilità di fare soldi, nessun territorio è immune. In Toscana non spara (non più: le guerra per strada, in Versilia, a Massa sono ricordi di fine anni Ottanta, inizi anni Novanta), ma uccide le imprese infiltrandosi nel tessuto economico e facendo concorrenza sleale, abbattendo i costi delle prestazioni grazie a frodi fiscali che permettono di non pagare le tasse. «Lo sviluppato tessuto socio-economico della Toscana – si legge nel rapporto – rende la regione particolarmente appetibile per la criminalità organizzata». Un interesse che non nasce da ora. Basta pensare al traffico dei rifiuti speciali in arrivo dal Nord e diretti proprio in Campania, anche nelle terre dei Casalesi, che in Toscana (già all’inizio degli anni Duemila) venivano “ripuliti” con il sistema del giro-bolla: trattamenti fittizi in impianti dove spesso la spazzatura neppure entrava. In compenso otteneva il nuovo codice come rifiuto “innocuo”, adatto a essere smaltito nei campi come fertilizzante.

Negli ultimi anni, gli affari si sono spostati più sull’edilizia. Infatti riguardo alle modalità operative della camorra in Toscana, si precisa nel rapporto 2019 «le dinamiche delittuose che caratterizzano la regione appaiono indirizzate innanzitutto alla “gestione del mercato degli affari, piuttosto che al controllo del territorio”, realizzando così un’infiltrazione criminale a macchia di leopardo». A luglio 2020 la Dia di Firenze, su disposizione del tribunale del capoluogo, ha sequestrato beni per dieci milioni a un imprenditore campano residente a Montecatini Terme, operante nel settore immobiliare e turistico alberghiero e considerato legato agli ambienti camorristici napoletani, in particolare al clan Formicola. Per entrare nell'economia Toscana spesso la camorra ha contato su imprenditori conniventi, magari titolari di ditte in difficoltà che in cambio ottenevano vantaggi economici.

A marzo 2018, ad esempio, la guardia di finanza ha arrestato tre imprenditori edili residenti a Lucca e Caserta, considerati “a disposizione” del clan dei Casalesi, in particolare della fazione di Michele Zagaria, la stessa che sarebbe dietro al sistema di imprese cartiere sgominato con gli arresti di ieri dalle fiamme gialle. Nel caso emerso ieri il denaro, dicono gli inquirenti, veniva ripulito attraverso un sistema di operazioni inesistenti. Un meccanismo che è quasi una firma dei Casalesi. Nelle carte dell'inchiesta fiorentina gli inquirenti sottolineano come il sistema della falsa fatturazione rientri tra le attività principali dei Casalesi, per creare riserve di denaro.

Nel farlo i magistrati si richiamano a una dichiarazione resa l’8 gennaio 2019 da Nicola Schiavone, figlio del capo clan Francesco Schiavone: «Il sistema delle false fatturazioni – affermava Nicola Schiavone – era molto utilizzato dal nostro clan per produrre provviste di denaro a nero grazie alla costituzione di apposite società fittizie specie nel settore edile, che provvedevano a emettere fatture false o sovraffatturazioni». —

M.L.

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