Sandro Riboni, un artista pavese da riscoprire dopo cent’anni
PAVIA. Lucidatore di mobili delle macchine per cucire in Necchi, garzone nella ditta di marmi di Scapolla, poi mozzo su una nave per Marrakech. Ma a Sandro Riboni, artista autodidatta nato un secolo fa in una casa modesta di via Baldo degli Ubaldi, Pavia sta stretta. Insegue la luce, i colori, quelle avanguardie artistiche che avanzano in Europa e che di certo non ha avuto la possibilità di studiare, però possiede intuito, curiosità. E voglia di sperimentare.
La sua vita sarà un lungo laboratorio creativo, ma il carattere schivo e sognatore lo terrà lontano, anche troppo, dalle logiche di mercato e dal successo. «Quando nel 2006 ci siamo trovati a compilare il catalogo delle sue opere per i vent’anni dalla morte ci siamo accorti che di lui si sapeva ben poco» raccontano Paola Casati e Carlo Migliorini.
Così hanno provato a riavvolgere il nastro dei ricordi, intervistando quei pochi rimasti che l’avevano conosciuto, hanno recuperato articoli di giornale degli anni Sessanta, hanno cercato le sue tracce nei luoghi che era solito frequentare.
Nella seconda metà degli anni Quaranta Riboni frequenta per qualche tempo la civica scuola di pittura, il secondo premio a una collettiva di giovani artisti a Brest, in Francia, lo convince che è giunto il momento di partire. Si imbarca a Savona su una nave diretta a Marrakech. Il Marocco, con la sua luce, i profumi, il colore del deserto e del mare, lo seduce.
«Gli amici più cari che abbiamo rintracciato ricordavano ancora con affetto il Riboni maturo, sempre elegante e distinto nel portamento, con l’immancabile Nazionale senza filtro tra le labbra, che racconta con quel suo dialetto strampalato, infarcito di francesismi, gli episodi più curiosi del suo intenso vagabondare».
E’ il 1950 quando inforca la bicicletta e, insieme allo scultore pavese Pino Sacchi, raggiunge Parigi. Lavora come cameriere a Montmartre e appena può frequenta lo studio del pittore Pierre Marzin, uno degli allievi di Henri Matisse. Poi porta alcune sue opere, ispirate all’Impressionismo, ancher a Pavia ed espone a palazzo Bottigella.
Passano due anni e riparte. Sempre in sella alla sua bicicletta macina altre migliaia di chilometri e approda in Spagna, vivendo negli ostelli. «A Granada frequenta l’Accademia di Belle arti e viene introdotto ai segreti dell’antica tecnica dell’encausto che diventerà poi la sua cifra stilistica – spiega Paola Casati –. Una tecnica difficilissima che prevede di sciogliere il colore nella cera ma non ammette pentimenti». A Vallauris frequenta il laboratorio di ceramica di Suzanne Ramiè dove, racconterà agli amici il “Ribo”, avrebbe conosciuto Pablo Picasso.
Ma è la Francia - buen retiro di molti artisti tra cui lo stesso Picasso, Matisse, Leger - che gli rapirà il cuore. A San Paul de Vence infatti conosce e si innamora perdutamente di Jeannette, figlia del farmacista. Non sarà un lieto fine. Nel frattempo lascia l’Impressionismo per abbracciare un moderato cubismo-astrattismo.
Nel 1958 torna in Italia e apre a Milano, uno studio in corso Monforte. E’ qui che conosce Lucio Fontana. Trasfesce poi il aboratorio a Pavia, dapprima nella casa di famiglia in via Baldo degli Ubaldi, poi in via San Zeno e negli ultimi anni in via Defendente Sacchi (dove morirà, in solitudine, nel 1986). Dagli anni ’60 si dedica alla ceramica e frequenta le prestigiose manifatture di Albisola, in particolare La Fenice, poi un salto nella grafica fino agli ultimi quadri: nuvole dentro cielo limpidissimi. —