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L’orsetto non lo sa

Questo articolo è pubblicato sul numero 12 di Vanity Fair in edicola fino al 23 marzo 2021

In una società gender fluid, dove i generi sono fluidi, chi potrebbe impersonare il protagonista? Un articolo del New York Post informa che in una scuola di Manhattan ai bambini è stato consigliato di limitare, se non eliminare del tutto, l’uso delle parole «mum», mamma, e «dad», papà. In questo nuovo panorama, dove la sessualità non è più un fatto ma un’opinione, Simon Fujiwara s’inventa la storia del nuovo protagonista che metterà tutti d’accordo, il disegno di un piccolo orso, asessuato, apolitico, asettico. Alla Fondazione Prada di Milano, con la mostra Who the Bær (fino al 27 settembre 2021) Fujiwara immagina il viaggio del suo «bear» alla ricerca della sua identità e in un certo senso del futuro dell’identità di genere nel mondo che sta arrivando. Come un neo Walt Disney l’artista riempie le linee vuote del suo soggetto con domande, dubbi, scelte. Seguendo il viaggio del «bear» abbiamo l’opportunità di interrogarci su chi saranno i futuri abitanti del nostro pianeta e forse, grazie a Elon Musk, anche di altri pianeti conquistati dalla prole di questo inconsistente «bear». Spogliati delle proprie concrete certezze e alleggeriti dal peso del destino genetico, chissà se gli umani saranno capaci di afferrare la semplicità e l’opportunità di una realtà uscita fuori da un infinito scarabocchio divino.

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