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Francesco Gabbani: la musica cura

L’anarchia (come atteggiamento). La musica (come terapia). Il Covid (i contatti congelati) e l’opera lirica (da scoprire quando i teatri saranno finalmente riaperti). Francesco Gabbani, il talentuoso cantautore di Carrara che nel 2017 ha vinto il festival di Sanremo (e da lì non si è più fermato), tocca tanti temi. Parla anche di lavori di piccola falegnameria e della libertà, che può essere semplicemente quella di affacciarsi alla finestra e vedere file di alberi e colline. Ora però accendiamo la musica.

Un sottofondo di ritmi celtici, «quelli che ti fanno proprio venire in mente i folletti». Le parole dell’ultima canzone che lo ha visto in gara a Sanremo, “Viceversa”: «Perché mai come in questo anno abbiamo compreso l’importanza della condivisione». E il bel messaggio di speranza di un Lucio Dalla d’annata, con il suo “L’anno che verrà”. La chiacchierata con Gabbani ha una colonna sonora ben precisa. E di una colonna sonora ha bisogno. Perché si parlerà di musica, tanto.

Ma anche della pandemia, della paura e delle speranze di questo lunghissimo anno. E di un tavolinetto di legno fatto a mano, «che la mattina non c’è, la sera lo puoi accarezzare». Perché, sostiene Gabbani: «nei momenti difficili sporcarsi le mani è consolatorio».

Francesco Gabbani, lei era fra quelli che cantavano dai balconi un anno fa, quando è esplosa la pandemia?

«No, non ho cantato dai balconi ma solo perché io abito in collina, in una casa isolata e non ho dirimpettai. Ma sono stato fra i primi a organizzare, un anno fa, i concerti online: tantissima gente mi contattava, scriveva per ringraziarmi “non sai quanto ci ha fatto compagnia la tua musica”. La musica è stata importante, è stata fondamentale, proprio come una terapia. Ci ha fatto piangere, ridere, ci ha consolato: ci ha fatto compagnia ed è stata consolatoria. In una parola è stata indispensabile».

E lei che musica ha ascoltato in questo lungo anno?

«Ho ascoltato di tutto, proprio di tutto, a 360 gradi. Dalla musica celtica, vivendo in campagna mi sembrava di vedere spuntare gli elfi e i folletti, al rock, al pop, al jazz degli anni Quaranta. Ho spaziato fra più generi ma non sono mai stato un giorno senza musica. E ho scoperto brani, autori, che non conoscevo ancora».

La sua città, Carrara, ha una grande tradizione operistica, grazie ai famosi loggionisti che erano temuti dagli artisti di tutta Italia. Fra la sua musica non mi ha parlato della lirica.

«Sì, devo fare ammenda. Non ho ascoltato la musica lirica perché non la conosco. Ma devo ammettere che in questi lunghi mesi ci ho pensato e mi sono preso un impegno ben preciso: quando si potrà tornare nei teatri mi sono promesso di andare a vedere una bella opera lirica. Magari nella mia città, a Carrara».

Come è cambiata la musica ai tempi del Covid?

«Sono convinto di una cosa: che, come tutta la nostra vita, anche la musica si sia adeguata ai tempi, al momento storico che stiamo vivendo. La musica, infatti, è un’espressione artistica e come tale rispecchia la società anche nei momenti che sembrano davvero tanto bui. La musica è un’arte che non si tocca, non ha confini e non ha spazi temporali, pere questo, e per fortuna, va al di là dei paletti, a cominciare da quelli fisici.

Non è un caso che in un momento come questo, dove come espressione di condivisione la musica, quella “live”, eseguita dal vivo con un contatto importantissimo con il pubblico, è stata colpita duramente, in realtà non si è fermato nulla. La musica ha continuato a vivere, anche in un anno così difficile. Ha vissuto e vive con un ruolo importantissimo: quello di farci rimanere in contatto, quello di farci condividere le emozioni, le gioie e le paure. Ci ha fatto e continua a farci tanta compagnia. Penso a chi ha vissuto l’isolamento a causa del virus: in molti mi hanno parlato del grande conforto che è arrivato proprio dalla musica».

Come ha vissuto e come sta vivendo lei questi momenti che ci costringono spesso dentro casa?

«Io sono fatto così, cerco di prendere il buono anche dalle situazioni più difficili. Non mi faccio scoraggiare. Durante il lockdown mi sono dedicato ai lavoretti di casa, a una cosa che non avevo mai fatto perché il tempo è sempre stato impiegato diversamente, non c’erano mai lunghe pause. In questo anno invece ho preso gli attrezzi e ho cominciato a fare cose. Ho spostato la sala di registrazione in veranda, ho fatto tutto io, con i miei tempi e le mie energie. Ma non solo questo, mi sono divertito a costruire, a creare. È stata una cosa nuova: io sono abituato a scrivere canzoni, a creare musica, a confrontarmi con qualcosa di astratto che viaggia nell’etere, non lo puoi stringere, non rimane fermo immobile.

Ho imparato a sporcarmi le mani, a sentire la stanchezza fisica dei lavori fatti con le mani. E ho apprezzato, soprattutto, che, in una giornata, puoi far nascere dal nulla un tavolinetto. La mattina non c’è, la sera lo puoi accarezzare, ci puoi mettere le mani sopra. È la bellezza delle piccole cose: quelle che per me sono e restano importantissime perché ci danno la misura per quelle più grandi. E non ci fanno perdere la rotta ma ci tengono i piedi ben piantati per terra. Come quelli del tavolinetto che mi sono fatto con le mie mani e che mi ha dato così tante soddisfazioni».

A proposito di piedi ben piantati a terra. Carrara è la sua città, che rapporto ha con le sue origini?

«Carrara mi emoziona, sempre, come quando ero bambino e aspettavo in piazza D’Armi che mio nonno mi venisse a prendere all’uscita della scuola.

Io mi sento carrarino al cento per cento. E, attenzione, non carrarese, perché così ci chiamano nel resto d’Italia, quelli che fanno i precisini, i raffinati. Da carrarino amo il centro storico di quella che per me è una delle città più belle del mondo.

Quando vado a trovare mia madre ne approfitto sempre per fare un giro fra vicoli, piazze: ammiro gli scorci, ogni piccolo particolare. Quando sono in piazza Alberica mi sento davvero in un luogo bellissimo e magico. Carrara ti entra nel cuore: io qui ci ho passato l’’infanzia e l’adolescenza: ci sono i miei posti del cuore. Passeggio nelle strade mi sento a casa e questa è una sensazione impagabile».

Gabbani “carrarino” quali tratti porta nel suo Dna della città apuana?

«La cifra che mi appartiene, che contribuisce a farmi sentire carrarino al cento per cento, è quella dell’anarchia. Forse sarebbe più corretto dire dello spirito anarcoide, che è un atteggiamento che non ha a che fare con la politica. Chi vive nella mia città lo capisce molto bene, ne sono sicuro. Insomma fra carrarini ci si riconosce in giro per il mondo, e non solo per un accento che ci rende così diversi da tutti gli altri toscani».

Cosa intende per “spirito anarcoide”? Come si declina l’anarchia nella sua vita?

«Lo ribadisco, non ne faccio una questione politica, ma di pelle. È una cifra che questa mia città, con il marmo, le sue ruvidezze e la sua generosità, trasmette a chi ci abita, a chi ci nasce.

Per me l’anarchia è l’atteggiamento con cui impronto la mia vita, le passioni e i sentimenti. È quello spirito che mi permette di essere libero, che mi fa combattere, in ogni situazione per la mia libertà. Io rivendico la libertà delle mie passioni, dei miei sentimenti. Qui, in questi ambiti, nelle mie emozioni nessuno mi può e mi deve dire cosa posso e cosa non posso fare. Lo spirito anarcoide si traduce spesso anche nella mia musica, nella mia libertà di esprimermi e di fare “passare” i sentimenti».

Francesco, in un domani speriamo sempre più vicino, quale sarà la musica da cui ripartire, dopo la pandemia?

«Sarà sicuramente una musica di speranza, una musica che ritroverà il contatto, gli abbracci, le strette. Ritroverà i teatri, gli stadi e i concerti. Questo è quello a cui dobbiamo pensare. Quello che tutti noi speriamo.

Se devo pensare ora a una canzone che possa rappresentare questo sentimento, questa attesa, in questo momento non ho dubbi e mi viene subito in mente un brano che ho ascoltato tanto in questi mesi, soprattutto nei momenti un po’ più difficili. Il pezzo è uno dei capolavori di Lucio Dalla, “L’anno che verrà”. È una canzone bellissima, una poesia che parla di speranza, di rinascita. La rinascita dopo questo lungo periodo di pandemia ci sarà per tutti, E deve essere accompagnata dalla speranza, dalla condivisione, quella che vedo ben rappresentata in una mia canzone, “Viceversa”. È il brano con cui sono arrivato secondo a Sanremo nel 2020, quando eravamo solo all’inizio di quello che poi è stato un anno da incubo, per tutto il mondo e non solo in Italia. In quel brano parlo di condivisione, del “viceversa” : non avrei mai pensato, quando l’ho interpretata sul palco dell’Ariston che potesse riempirsi così di significato. Non avrei mai pensato che, per me, potesse diventare poi il simbolo di un anno difficile. E della capacità di andare avanti,nel segno della condivisione. Perché: «basterebbe solamente dire, senza starci troppo a ragionare, che sei tu che mi fai stare bene quando io sto male e ...viceversa». —

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