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Delitto Mora, tutti assolti: ecco perché. «Inattendibile il testimone chiave»

SUZZARA



Il 14 ottobre 2019 la Corte d’Assise di Mantova, presieduta dal giudice Beatrice Bergamasco, ha assolto, per non aver commesso il fatto, le cinque persone finite a processo per l’omicidio dell’orefice di Suzzara Gabriele Mora, 42 anni, avvenuto il 19 dicembre 1996 e di Rudy Casagrande, 24 anni, morto in conseguenza del conflitto a fuoco scaturito dal tentativo di rapina, dopo essere stato abbandonato morente dai complici davanti all’ospedale di Thiene (Vicenza). Ripercorriamo le fasi del processo e i motivi che hanno indotto i giudici ad assolvere i cinque imputati.



Adriano Dori, 47 anni, Danilo Dori, 57 anni, Giancarlo Dori, 55 anni, Stefano Dori, 50 anni, tutti di Vicenza e Gionata Floriani, 43 anni, di Busiago Nuovo Campo San Martino, provincia di Padova. In concorso tra loro e con Rudy Casagrande – secondo l’accusa rappresentata dal procuratore Manuela Fasolato e dal sostituto procuratore Giulio Tamburini – armati e col volto coperto da un passamontagna, avrebbero fatto irruzione nell’oreficeria Mora ed esploso più colpi di pistola contro l’orefice, rimasto ucciso.



Danilo Dori sarebbe stato, secondo la Procura, l’ideatore della rapina. Avrebbe coordinato le attività tanto nelle fasi precedenti che in quelle successive, dando precise disposizioni per sbarazzarsi della Volvo scura usata per la fuga, e incendiarla, e delle armi che avevano sparato nel corso del conflitto a fuoco, tagliate e gettate in un corso d’acqua. Gionata Floriani si sarebbe presentato davanti alla porta dell’oreficeria a volto scoperto per aprire la strada ai complici e poi si sarebbe messo alla guida della Volvo 850 al momento della fuga. Stefano Dori avrebbe fatto irruzione con il volto coperto dal passamontagna, subito dopo Gionata Floriani e, armato di una pistola semiautomatica, avrebbe scavalcato il bancone per poi colpire a morte l’orefice. Adriano Dori – sempre secondo l’accusa – sarebbe entrato dopo Stefano, anche lui con il volto coperto, e avrebbe sparato più volte. Rudy Casagrande avrebbe fatto irruzione per ultimo sparando, ma per essere colpito a sua volta da Mora. Giancarlo Dori, armato di fucile e con il volto coperto, sarebbe rimasto fuori per coprire l’ingresso e la fuga dei complici. Adriano Giancarlo e Stefano Dori con Gionata Floriani erano accusati anche della morte del complice, abbandonato morente davanti all’ospedale di Thiene.



L’accusa, al termine della una lunga requisitoria, aveva chiesto l’ergastolo e l’interdizione perpetua dai pubblici uffici per Danilo Dori. Ergastolo anche per gli altri quattro, con isolamento diurno per tre anni.



Ma facciamo un passo indietro. Per sedici anni le indagini sulla rapina non avevano fatto passi avanti fino a quando, nel 2012, era spuntato il testimone chiave: Patrick Dori, appartenente alla famiglia degli imputati. Detenuto nel carcere sloveno di Dob, manifestò la volontà di collaborare con la giustizia. Nel corso di un interrogatorio alla Dda di Trieste riferì per la prima volta della rapina di Suzzara, sfociata nell’omicidio Mora e nella morte di Rudy Casagrande, attribuendo quei fatti agli imputati. A quel punto furono riaperte le indagini: se ne occupò il nucleo investigativo di Mantova, coordinato dal tenente Claudio Zanon. La Procura di Mantova chiese la custodia cautelare in carcere per gli imputati che fu rigettata; venne invece fissata l’udienza preliminare con la richiesta di rinvio a giudizio.



Il 24 gennaio 2018, quando Patrick Dori si trovava in carcere a Mantova gli venne recapitata una busta contenente un proiettile calibro 9. Mittente: “Verdi Aldo, via Cimitero Venezia”.

Alcuni giorni dopo una seconda busta venne recapitata al pubblico ministero Alberto Sergi che in quei giorni si occupava del procedimento. Dentro, un altro proiettile calibro 9, uguale a quelli rinvenuti nella gioielleria Mora.



Secondo la ricostruzione fornita da Patrick la tentata rapina fu programmata dagli imputati all’interno del campo nomadi di viale Diaz a Vicenza dove anch’egli, all’epoca sedicenne, dimorava. Inizialmente anche lui avrebbe dovuto far parte del comando ma fu ritenuto troppo giovane per partecipare all’azione. Raccontò che due o tre giorni prima della rapina Adriano e Giancarlo Dori andarono nel Padovano a rubare la Volvo 850, lasciando l’auto in un parcheggio vicino al campo nomadi, dove si trovavano dei garage nascosti. Aveva anche descritto l’abbigliamento dei tre. Li vide – raccontò – rientrare con gli abiti sporchi di sangue, tranne Gionata Floriani. Al rientro del commando al campo nomadi Patrick sentì il racconto Giancarlo e Adriano Dori: l’irruzione nella gioielleria, l’orefice che reagì sparando e la loro risposta al fuoco per recuperare Rudy Casagrande, poi abbandonato davanti a un pronto soccorso quando ormai era troppo tardi. Patrick aveva anche riferito di avere ricevuto minacce da parte degli imputati per la sua decisione di collaborare. Secondo il suo racconto, i cugini con cui abitava nel campo nomadi avrebbero fatto più di 50 rapine. Ma dalle intercettazioni disposte dai carabinieri sui telefonini, non era emerso alcun dato riguardo a quei reati né tantomeno al sanguinoso assalto di Suzzara.



L’intero assunto accusatorio – scrivono i giudici nella sentenza di assoluzione dei cinque imputati – si basa sulle dichiarazioni di Patrick. Ma molte delle sue affermazioni non trovano alcun riscontro nei dati acquisiti durante il processo, come il coinvolgimento in altre rapine degli imputati. Indizi sì, ma nessuna prova concreta, se non l’astio nutrito nei confronti della propria cerchia familiare. Il che rafforza il giudizio di inattendibilità del testimone. «Non è possibile – secondo i giudici – superare il dubbio, ragionevolmente concreto, che gli imputati siano estranei all’azione delittuosa commessa alla gioielleria di Suzzara. Si impone pertanto una sentenza assolutoria per non aver commesso il fatto». Contro questa sentenza la Procura ha però fatto appello e, a partire dal 6 aprile, si ridiscuterà del caso a Brescia. 

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