Ponti rotti, cantieri e divieti. La Greenway che non ti aspetti tra Treviso e Silea
TREVISO. La chiamano, pomposamente, “München-Venezia” oppure, all’inglese, Greenway del Sile. Ma la nostra cara Restera molto spesso fatica a mettere in collegamento pure Treviso con Silea, Casale con Quarto d’Altino, la terraferma trevigiana con la laguna veneziana.
E agli occhi di un povero tedesco o inglese, che ha ceduto al nostro marketing turistico, deve apparire come un intrico spiazzante, un misto di grande bellezza e confusione all’italiana. Tutto “moltcho pitorescou” come dichiarava una romantica donna inglese in una esilarante gag di Enrico Montesano.
In sella e via, dunque. Lo stato delle sorgenti del Sile – fra passerelle rotte, segnaletica cancellata, polle sorgive introvabili e sentieri avvolti dalle erbacce – la Tribuna di Treviso lo ha già ampiamente documentato l’11 marzo scorso. Qui prendiamo le mosse da Silea e puntiamo il manubrio a sudest. Subito, fra i Laghetti Verdi e la zona dei Burci, spunta il primo ponticello chiuso. Che dire chiuso: crollato. È in quelle condizioni da due anni (due!): «Sì, da due anni, ovvero da quando il ponte ha rilevato problemi di statica e il Comune di Silea si è fatto carico del problema», puntualizza sui social la sindaca, Rossella Cendron, a chi se ne lamenta, specificando anche che la competenza sarebbe del Parco del Sile.
Vero è che da pochi giorni sono iniziati i lavori per rimuovere la vecchia carcassa, a breve dovrebbe arrivare una nuova struttura metallica, più solida. Tutto bene dunque? Il povero turista in bici pedala, pedala, cerca un’alternativa e alla fine la trova pure (è facile), ma non vuol sapere nulla di palleggi di competenze fra comuni e Parco, di soprintendenze o di altro. È tutto “moltcho pitorescou”. E pure faticoso.
Bella l’area dei Burci, ma arrivati a Lughignano – poco dopo il passo a barca – c’è la seconda sorpresa. Siamo vicini alla zona dei “fiori di loto”, dove la fioritura a volte regala spettacoli dolcissimi. Qui, alla nostra destra, una vasta area boschiva è stata spianata. Via gli alberi, terreno compattato dai cingolati. Sarà un pioppeto? Davvero uno spettacolo inatteso in quello che fino a pochi mesi fa era uno dei tratti più suggestivi della “Uìnuèi”, come simpaticamente la chiamava un collega. Le foto e i video parlano da soli.
Pedala, pedala turista, segui la mappa. Superato il primo abitato di Casale sul Sile, poco dopo il ponte sulla strada Casale-Roncade, ci si ferma di botto. Una transenna piazzata, con tanto di divieto d’accesso, annuncia che di-qui-non-si-passa-no. Un foglietto formato A4 scritto in burocratese spiega che la ditta Tal dei Tali per fare lavori di disboscamento (ancora?) ha bisogno di chiudere l’alzaia per due settimane, dal 15 al 26 marzo (apertura concessa il 20 e 21).
Ok, i lavori son lavori: ma l’alternativa qual è? Dove va il nostro povero Fritz, rimasto da solo in mezzo alla “Uìnuèi” deserta? Non un cartello che ti dica dove andare, come si può bypassare il cantiere. Nulla. Nemmeno una scritta, chessò, in inglese, in tedesco, in qualcosa che non sia il burocratese.
Poco male, il turista resta lì come un fesso, ma noi – ruote grosse e cervello fine – conosciamo le alternative: torniamo indietro, saliamo su qualche marciapiede del centro del paese, imprechiamo sì: ma siamo italiani noi, sappiamo bene che “chi legge cartello non mangia vitello”.... Ma il povero Fritz?
Pedala, pedala turista, che a Quarto d’Altino riusciamo a rientrare nel percorso vero e proprio della Greenway. Già si sente arrivare l’odore di laguna, già pregustiamo l’arrivo a Portegrandi e la vista delle conche. Proprio lì un ponticello permette di passare dalla terraferma alla laguna. E invece no, niet, nisba, verboten. In italiano (e solo in italiano) un grande cartello annuncia “Ponte privato, divieto di accesso alle persone non autorizzate”.
Noi – che siamo italiani – sappiamo bene che certe cose non vanno prese sul serio, che alla fine qui funziona sempre così (“altolà, chivalà, un fiorino”); e quando non è un fiorino è una rivendicazione particolare, un laccio-lacciuolo. Insomma, tutto “moltcho pitorescou”. Ma Fritz, che è arrivato da Monaco in bici, ci resta male poverino. Gira le ruote e se ne torna oltre le Alpi. Addio Venezia, rimarrai un sogno.
P.S. Con l’emergenza Covid Fritz quest’anno non è ancora arrivato. Ma fra qualche settimana, chissà, potrebbe riprovarci. Meglio prepararsi.
© RIPRODUZIONE RISERVATA