Il fisarmonicista chiuso al Cpr di Gradisca: «Fatemi scrivere le mie note»
GRADISCA Da quando lo hanno trasferito al Centro per il rimpatrio di Gradisca d’Isonzo, vive separato dalla sua fisarmonica. Nello stanzone in cui trascorre le giornate, tra la sua e le altre brande, nel limbo di un’attesa muta e senza tempo, non c’è spazio per le cose. I cosiddetti effetti personali. Neppure i più intimi, quelli che legano il cuore alla mente e che ti ricordano chi sei anche in mezzo al nulla. Ecco perché, non appena ha potuto parlare con il proprio legale, rassicurato dalla sua presenza e dalle innumerevoli manifestazioni di solidarietà che ha appreso essergli state dedicate, Liubomyr Bogoslavets, il 59enne ucraino che con le sue note aveva allietato le strade deserte di Udine durante il lockdown e che ieri, Giornata mondiale del rifugiato, assurge a simbolo di una condizione che nella sua drammaticità accomuna uomini e donne provenienti da ogni parte del mondo, ha chiesto un pezzo di carta e una penna. Di questo sentiva l’impellente bisogno. «Per scrivere la musica che ho in testa», ha spiegato all’avvocato Alessandro Campi.
«L’ho incontrato venerdì pomeriggio e abbiamo deciso di chiedere l’autorizzazione a presentare domanda di protezione internazionale – riferisce il legale che ne tutela la posizione –. Sappiamo che non sarà facile, perché, con un doppio provvedimento di espulsione a suo carico, la strada è già tracciata. Ma è stato lui a scegliere di provarci: vuole coltivare la speranza di rimanere in Italia». In patria, nell’Ucraina che lasciò qualche anno fa, dopo avere perso lavoro e famiglia, non troverebbe più niente. «Un viaggio senza paracadute»: così l’ha definito Bogoslavets al proprio difensore, immaginandone le conseguenze. E allora, tanto vale ricominciare da qui, dal Friuli e dalla vicina Austria che lo avevano accolto e apprezzato, valorizzandone l’esperienza accumulata nella sua vita precedente, in anni di concerti e insegnamento all’università, e restituendogli in breve il coraggio e la voglia di andare avanti.
Le prospettive, ora, sembrano però essersi ridotte al lumicino. La scommessa, sul piano giuridico, è ottenere quella particolare forma di protezione che, prima della scure salviniana, si chiamava “umanitaria” e che, anche nella sua nuova formulazione “speciale”, continua a offrire una possibilità agli stranieri in grado di dimostrare che un eventuale rimpatrio li condannerebbe a uno stato di sicura precarietà. «Il primo passo è riuscire a essere convocati dalla Questura – spiega il legale –. Se Bogoslavets sarà sentito dalla Commissione territoriale di Gorizia, ci soffermeremo proprio sulla difficile condizione economica in cui versa. Tanto più dopo che la pandemia lo ha lasciato senza lavoro, concorrendo anche a ostacolargli il rinnovo del visto». E visto che nel valutare il profilo dei richiedenti, si tiene conto pure del grado di integrazione raggiunto sul territorio, nel suo caso la partita vale davvero la pena di essere giocata.
«Sta bene ed è rimasto molto colpito, quasi imbarazzato, del tanto affetto ricevuto dalla popolazione friulana», continua il legale, ricordando anche le lettere e le offerte di aiuto con progetti di lavoro e ospitalità giunta da più persone. Ieri, l’ennesima voce nel coro della solidarietà si è levata dall’università di Udine. È stata la direttrice del Dipartimento di lingue e letterature, Antonella Riem, nell’esprimere «l’amara sorpresa, costernazione e dispiacere» per il trasferimento di Bogoslavets al Cpr e il rischio che sia espulso dall’Italia, a ricordarlo come un musicista «colto e riservato, docente che collaborava con i conservatori di Kiev e di Leopoli, costretto a lasciare l’Ucraina, dove il mestiere a un certo punto non gli ha più garantito uno stipendio per vivere». Eppure, è lì che adesso dovrà rientrare. «Il Dipartimento – continua Riem – auspica che le autorità italiane trovino una soluzione» perché «l’arte, bene comune universale, dovrebbe avere dimora in ogni luogo». —