Caso Battisti. Dei delitti, delle antipatie e delle pene
Viviamo in un paese dove la reticenza e la dimenticanza sono la regola, una delle poche che unisce ceti sociali e orientamenti politici diversi. L’unica memoria – lunga e accanitamente inossidabile, oltre che falsata – a essere promossa e coltivata è quella relativa agli anni Settanta del secolo scorso e, in particolare, di quell’insieme di vicende impropriamente riassunte nella definizione “anni di piombo”. Una memoria a senso unico dalla quale non è consentito derogare o dissentire, proponendo e argomentando chiavi di lettura o ricostruzioni diverse e alternative a quelle dominanti, come nel caso di Paolo Persichetti, ex detenuto politico per le vicende delle Brigate Rosse, ora perquisito e perseguito in ragione delle sue posizioni, ricerche e pubblicazioni storiche.
Quanto quella regola sia cogente e intramontabile ce lo confermano, da ultimo, tre vicende relative allo stato della giustizia e alla amministrazione delle pene in Italia, solo apparentemente slegate.
- Lo sciopero della fame in corso da parte del detenuto Cesare Battisti.
- Il referendum sulla giustizia co-promosso da Partito Radicale e Lega.
- L’archiviazione dell’inchiesta sulla strage di detenuti avvenuta a Modena durante e dopo i disordini dell’8 e 9 marzo 2020.
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