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Modolo e il Venezia in Serie A: «Siamo pronti per le grandi dopo diciotto mesi fantastici»

VENEZIA. “Quando sono ritornato al Venezia, ero consapevole di “sposare” un progetto ambizioso, ma la Serie A era lontana, tanto lontana. Era un sogno, ma quel giorno che sostenni il primo allenamento da solo a Scorzè, il Venezia era in Serie D, ripartiva dopo l’ennesima estate in cui era stato costretto a salutare il calcio professionistico».

Marco Modolo, salto quadruplo dai dilettanti al massimo campionato, passando da Dro, Fontanafredda o Campodarsego a Juventus Stadium, Olimpico o San Paolo-Maradona. Il difensore arancioneroverde è l’unico superstite della squadra allestita da Giorgio Perinetti nell’estate del 2015, quando iniziò il volo del progetto americano.

Il primo pensiero guardandosi indietro?

«Abbiamo percorso tanta, ma tanta strada, a livello di squadra, ma anche sul piano personale. Ricordo quel primo pomeriggio di metà agosto a Scorzè, l’allenamento sotto 40º, il colloquio con Perinetti. È stato un percorso con tantissime gioie e poche delusioni, per fortuna, anche se non sono mancati i momenti bui, soprattutto dopo i primi tre anni con la doppia promozione, la vittoria della Coppa Italia in Serie C e la semifinale playoff con il Palermo. Quando ho deciso di ritornare al Venezia, non ho avuto dubbi, alla resa dei conti, è stata la scelta giusta».

La Serie A era soltanto un sogno?

«Sì, come quelli che coltivi da bambino. Non avevo dubbi sulla solidità della società, bastava la presenza di Perinetti per garantire tutte le certezze, ma non si sapeva ancora che ci fosse Tacopina dietro. Quando uscì alla scoperta, le certezze aumentarono, e aumentarono a dismisura quando Perinetti riuscì a portare Pippo Inzaghi in Serie C».

Dall’incubo della retrocessione svanita alla promozione in Serie A?

«Il calcio presenta spesso storie del genere, dalla disperazione all’euforia. L’ultimo anno e mezzo è stato straordinario. Prima la rimonta verso la salvezza con Dionisi, poi la cavalcata verso la Serie A con Zanetti».

Modolo bandiera del Venezia?

«Magari per i tanti anni in cui ho indossato questa maglia. Mi sento al centro di questo progetto, ma è il risultato di tanti anni di lavoro e di sacrifici, ho affrontato ogni allenamento a mille all’ora, mi arrabbio anche quando perdo la partitella al Taliercio».

Come ci si sente in A?

«Una bellissima sensazione, un traguardo straordinario raggiunto. Quando il Venezia era in Serie A, ero piccolo, ancora adesso i tifosi si ricordano i nomi dei protagonisti delle due promozioni con Novellino e Prandelli, mi auguro che tra vent’anni anche i nostri nomi vengano ricordati dai tifosi arancioneroverdi».

Sensazioni a essere il capitano del Venezia promosso in Serie A come Gianluca Luppi?

«È un valore in più, anche perché sono veneziano anch’io, seppur della terraferma, questi colori li ho nel cuore e nel sangue. Avevo centrato la Serie A anche a Carpi, ma allora ebbi un ruolo marginale. Questa promozione l’ho vissuta da protagonista, in prima persona, la sento veramente mia».

Zanetti valore aggiunto?

«Senza alcun dubbio, sono felicissimo che il tecnico sia rimasto con noi. È stato il primo a credere ciecamente nel gruppo che si è presentato in ritiro a San Vito di Cadore, ci ha trasmesso le sue certezze. Sarebbe stato diverso affrontare la Serie A senza Zanetti, adesso ci conosciamo bene, ripartire con un altro allenatore, sarebbe stato più complicato».

Quando si è cominciare a sognare i playoff?

«Dopo la vittoria casalinga contro l’Empoli ho cominciato a pensare che potevamo giocarci anche noi i playoff. Dopo l’impresa di Monza nel girone di ritorno ci siamo convinti che anche il Venezia aveva le carte in regola per salire in Serie A. La gara perfetta contro il Lecce nella semifinale d’andata ha aumentato l’autostima nel nostri confronti, avevamo un solo risultato a disposizione perché sapevamo che sarebbe stato difficilissimo vincere poi in Puglia. A Lecce abbiamo avuto anche un briciolo di buona sorte dalla nostra parte, ma avevamo un credito aperto. Credo, poi, che il Venezia abbia realizzato un mezzo miracolo nella gara di ritorno con il Cittadella, solo una grande squadra non si sarebbe disunita sotto di un gol e con un uomo in meno».

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