Accusati di botte ai disabili ospiti della comunità, gli imputati si difendono: «Non siamo mai stati violenti»
TOLMEZZO. Non erano formati per quel tipo di assistenza e facevano quel che potevano, giorno dopo giorno, nella convinzione di agire sempre per il bene degli ospiti. E, va da sè, bandendo qualsiasi forma di violenza. È questo il quadro che emerge dell’attività svolta al Centro don Onelio, della comunità Piergiorgio, a Tolmezzo, frazione di Caneva, dopo oltre due ore di esame di due dei tre imputati nel processo per presunti maltrattamenti su alcune delle persone loro affidate.
Esaurita l’udienza dedicata a Marta Francescatto, 77 anni, di Villa Santina, coinvolta in qualità di allora organizzatrice della vita comunitaria degli ospiti, martedì 21 dicembre è toccato a suo figlio Nevio Adami, 43 anni, pure di Villa Santina, e della sua allora compagna Marta Martinis, 57, di Ovaro, rispondere nelle rispettive funzioni di allora educatore e addetta all’assistenza alla persona, al fuoco di fila di domande della pubblica accusa, rappresentato ieri in aula dal pm onorario Patrizia Rec, e dei legali della difesa, della parte civile e del responsabile civile, davanti al giudice monocratico del tribunale di Udine, Daniele Faleschini Barnaba.
«Sono sempre intervenuto per necessità di contenimento, su richiesta di aiuto, di fronte a situazioni di aggressività», ha affermato Adami, puntualizzando come «le punizioni non esistessero» ed escludendo di avere «mai compiuto atti di violenza». Il problema, a sentir loro, stava a monte. «Quella era ed è una struttura per handicap strettamente fisico e non risponde all’inserimento di altre patologie», ha aggiunto. Eppure, nell’ultimo periodo, tra diurini e residenziali gli ospiti erano una trentina e di questi «almeno dieci avevano problemi psichiatrici e comportamentali».
Da «autodidatta», come si è definito, ha poi spiegato come, «con persone che hanno limiti, per entrare in risonanza, si debba usare la “sospensione del giudizio”».
Ma era difficile, «perché eravamo in pochi e io – ha tenuto a precisare – l’ho fatto presente più volte».
Proprio come aveva fatto Martinis. «Venivo dal Centro di salute mentale e, come gli altri, non aveva una formazione specifica, né direttive – ha riferito –. Dovevamo gestire la situazione in base alla nostra organizzazione e ci confrontavamo tra colleghi».