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Guerra in Ucraina e caro-prezzi, il Belgio rinvia di 10 anni l’uscita dal nucleare

Alla fine il Belgio rompe gli indugi, e rompe anche il fronte dei Paesi del Benelux. Il caro-prezzi dell’energia innescato dalla brusca ripresa dell’economia dopo l’altrettanto brusca frenata causa pandemia e le tensioni scaturite dal conflitto russo-ucraino inducono il regno a cambiare idea sul nucleare. Non più uscita dall’atomo nel 2025, ma nel 2035. Un annuncio accolto non proprio nel migliore del modi nel vicino Lussemburgo. Il ministro per l’Energia del Granducato, Claude Tumes, si dice «costernato e sbalordito» per il ripensamento del governo belga, a cui invia formale lettera di proteste.

C’è la questione della sicurezza degli impianti, a smuovere il risentimento lussemburghese. Il Belgio ha deciso di estendere di altri dieci anni il ciclo di vita del reattore 4 della centrale di Doel e del reattore 3 della centrale di Tihange, quest’ultima la centrale più vicina al confinante Lussemburgo. La centrale di Doel, non lontana da Anversa, è costituita da quattro reattori, realizzati tra il 1969 e il 1978. Si tratta di una centrale all’avanguardia per l’epoca, ormai però superata. Ogni reattore è stato progettato per avere un ciclo di vita di 40 anni, e i reattori 1 e 2, messi in funzione nel 1975, avrebbero dovuto cessare l’attività nel 2015. Invece vanno avanti, rispettivamente fino a febbraio e dicembre 2025, per ordine del legislatore belga. I reattori 3 e 4 termineranno i 40 anni di vita rispettivamente nel 2022 e nel 2025.

L’altra centrale nucleare belga si trova a Tihange, nei pressi di Liegi. Il reattore 1 è stato attivato nel 1975, il reattore 2 acceso nel 1982, e il reattore 3 nel 1985. Strutture leggermente più all’avanguardia rispetto al polo fiammingo, ma comunque rispondenti a tecnologie anche questo caso ormai datate. Tanto che nel 2012 il reattore 3 della centrale di Doel e il reattore 2 della centrale di Tihange dovettero essere chiusi per la presenza di micro-fessure. Interventi serviti a poco, visto che nel 2016 i Paesi Bassi intimarono il Belgio a fermare le centrali, per timori legati alla sicurezza.

Ma i tempi cambiano, complice il confitto in Ucraina e le decisioni Ue in materia di energia e sanzioni. Comprare dal fornitore russo implica dei rischi, completare l’uscita dal nucleare senza avere un’alternativa credibile diventa rischioso. Il primo ministro belga, il liberale fiammingo Alexander De Croo, non fa mistero di «anni di incertezze», e quindi corre ai ripari, e lo fa col beneplacito del ministro federale per l’Energia, Tinne van de Straeten, una verde. Una vera e propria piroetta politica di partito e di governo che non va giù oltre-confine.

«Così si mette a rischio la sicurezza dei nostri concittadini lussemburghesi», tuona anche la ministra per l’Ambiente del Granducato, Carole Dieschbourg. Di fronte al Belgio, al suo nucleare, e alle scelte in materia, l’organizzazione di Stati anche più antica dell’UE si sfalda. Paesi Bassi, Belgio e Lussemburgo diedero politicamente vita all’unione doganale nel 1944, per renderla operativa quattro anni più tardi. Si anticipava di fatto la comunità economica del carbone e dell’acciaio di dieci anni, e anche dopo l’UE il Benelux ha continuato a funzionare. Questa convivenza pacifica ora però viene nuovamente ammantata di nubi. Che a Lussemburgo non vogliono siano atomiche, come non lo volevano gli olandesi sei anni fa.

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