La montagna proibita
Al rifugio “Guide del Cervino” gli escursionisti dormono con le finestre aperte. Le coperte in dotazione sono troppe spesse per un’estate così feroce. Non è stata accesa la stufa neppure un giorno dal primo di giugno a oggi. Quota 3500 metri: la neve si è completamente sciolta. Ci sono 14 gradi alle quattro di pomeriggio e il sole ustiona la pelle. Non è più possibile fare finta di niente. Neppure per chi ama tantissimo questa montagna e di questa montagna vive. Le trentacinque guide del Cervino hanno preso tutte insieme una decisione storica: le salite sono sospese. Non accompagneranno più gli escursionisti, almeno fino a quando non tornerà il freddo. Hanno deciso che è il momento di fermarsi.
Quindi se la montagna è chiusa, non è chiusa per una scelta politica. Ma per l’esperienza di chi conosce come nessun altro quelle vie. «Cerchiamo di dare l’esempio, auto regolandoci. In questi giorni non ci sono le condizioni di sicurezza per la scalata, non si può arrivare in vetta al Cervino dal versante italiano», dice il presidente delle guide Laurent Nicoletta.
Hanno fatto una riunione martedì sera. Tutti collegati dai rifugi e dalle case di montagna. «La nostra è una presa di posizione difficile e anche dolorosa. Il nostro mestiere è portare gli escursioni in vetta. Ma mentre eravamo collegate ho domandato: “Chi andrebbe su senza timori?”. Ci siamo guardati negli occhi, ci siamo scambiati le nostre impressioni. Tutti avevamo dei dubbi, dovevano solo trovare il coraggio di fare il passo». Il passo è fermarsi. «Io sono salito due volte la scorsa settimana, ma la situazione non era ancora così grave come appare oggi». Nicoletta dice che non ha mai visto niente del genere: «È tutto secco. Lo zero termico è a 4900 metri. Di notte la temperatura non scende abbastanza. Questo caldo va a intaccare anche il ghiacciaio, il permafrost. E nei prossimi giorni sono annunciati temporali». La decisione delle guide del Cervino rende chiara la situazione. Perché è una decisione che rappresenta un danno economico per chi la assume. Il Cervino veniva venduto a 1300 euro a persona, dove ogni guida può salire solo con un escursionista. Uno a uno. «Veniamo spesso accusati di essere dei mercenari della montagna. Non è vero. Non siamo degli aspiranti suicidi. Io ho due bambini e la sera voglio tornare a casa. La sicurezza nostra e dei nostri clienti è la cosa più importante».
Anche la società delle guide del Monte Bianco ha preso la stessa decisione per la cresta di Rochefort, una delle vie più famose delle Alpi. Quell’ascensione non si può più vendere. Non adesso, non in questi giorni caldissimi di luglio. E le guide svizzere, impressionate dalle scelte delle guide italiane stanno meditando di prendere la stessa decisione sul loro versante. Ai 4.554 metri del rifugio Capanna Margherita, sul Monte Rosa, la massima di ieri ha sfiorato i 7 gradi. Non era mai successo.
«L’accettazione del rischio sarebbe troppo alta, certe salite non le facciamo» dice Rudy Janin, presidente della commissione tecnica dell’Unione valdostana guide di alta montagna. «Nei prossimo giorni valuteremo se le condizioni generali saranno cambiate».
Quello che ti dicono tutti è questo. Che la montagna è secca, dura, brulla, sfarinata: d’inverno non è caduta la neve che saldava i ghiacciai. Le temperature sono così calde da essere fuori da ogni statistica. È tutto asciutto. Per andare sul Cervino non servono nemmeno i ramponi. E quello che si può notare salendo è che persino gli stambecchi si stanno trasferendo più in alto in cerca di frescura. Il ghiaccio può staccarsi in ogni momento. Così come possono crollare dei torrioni di pietra o dei ponti di ghiaccio sulla via dell’ascensione. Le guide di due delle più importanti montagne italiane ieri ne hanno preso atto. Il loro è un gesto di responsabilità e al tempo stesso un grido di allarme. Arriva due settimane dopo la tragedia della Marmolada, dove un seracco ha investito gli escursionisti che stavano salendo sulla “via normale”: 11 morti, 7 feriti.
«La cosa più brutta è essere impotenti» dice Lucio Trucco, 51 anni, da trenta guida alpina e gestore di due rifugi sul Cervino. «Quello che succede è davanti agli occhi di tutti, o almeno di tutti quelli che vogliono vedere. I ghiacciai si stanno sciogliendo. La mancanza di neve d’inverno e questo caldo d’estate sono due fattori che messi insieme hanno un effetto devastante sulle montagne. Tutti ne siamo consapevoli, sia noi che viviamo qui sia quelli che amano raggiungere questi posti. Posso dire che soltanto io ho ricevuto 400 disdette negli ultimi giorni. La gente si è spaventata tantissimo. E capisco il motivo. Con queste condizioni la montagna non è più uno svago e un obiettivo da raggiungere».
Trucco è la memoria storica di un posto incantato che incomincia a non assomigliare più a se stesso. Ricorda precisamente le annate di gravi crisi climatiche: 2003, 2009, 2022. Tuttavia nessuna assomiglia a questa per durata. Per persistenza. È come un pugno fortissimo, dato in continuazione.
La crisi climatica del 2003, però, ha avuto un merito. E cioè aprire la strada alle decisioni che sono appena state prese nel 2022: «Allora ero presidente delle guide del Cervino per la prima volta. Quella fu un’estate di caldo eccezionale. I crolli si vedevano a occhio nudo, come le frane dal paese. La mia decisione di non andare sul Cervino fu molto contestata. Ricordo che era l’8 agosto. Il 15 agosto chiedevano le mie dimissioni. Replicai chiedendo di salire tutti insieme per vedere la situazione. Il 16 non fu possibile andare. Il 17 ci fu un crollo imponente, con devastazioni. Poi sono rimasto presidente per 13 anni». Insomma: è l’esperienza l’origine di questa storia.
Paolo Comune, capo del soccorso alpino valdostano e gestore del rifugio Mantova, ha cercato di cambiare le sue abitudini e quelle di tutti gli escursionisti: «Dopo la tragedia della Marmolada, noi e molti altri rifugi abbiamo anticipato l’orario di colazione. Dalle 4 del mattino alle 2.30. In modo che le ascensioni incomincino prima e nessuno sia ancora fuori durante le ore più calde. La montagna così brulla non l’ho mai vista. Adesso è come dovrebbe essere a settembre». Rifugio Mantova, 3498 metri di altitudine, quattro di pomeriggio, nove gradi.