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Truffa “garantita” dallo Stato,  Molon figlio patteggia due anni

Padre e figlio facevano la bella vita con la “benedizione” dello Stato. Poi è arrivata, inevitabile, la resa dei conti. E quel giro di piccole e medie imprese tutte fittizie e intestate a prestanome, create ad arte oppure fallite e fatte figurare come di nuovo operative solo per spillare soldi (quattro milioni di euro incassati su 12 milioni richiesti) – con tanto di contabilità, portafoglio clienti, organigramma dei dipendenti, business plan – si sono ridotte a quello che erano: carta straccia. Stefano Molon, il figlio 46enne, faccendiere originario di Grisignano di Zocco nel Vicentino con base operativa a Padova in via Tommaseo 74 di fronte al Palazzo di giustizia, ha chiuso il conto con la giustizia patteggiando due anni di carcere (senza la sospensione condizionale) dietro un risarcimento di 200 mila euro e la confisca di una range Rover e di un immobile (immobile reclamato pure da una banca che, prima dell’indagine, aveva messo un’ipoteca in seguito alla concessione di un mutuo).

I coimputati

Per il padre Gabriele, 76 anni (come Stefano difeso dal penalista Cesare Dal Maso), la “pena concordata” (un anno e 8 mesi) è solo rinviata alla prossima udienza già fissata per il 13 luglio davanti al gup padovano Elena Lazzarini. In quella data il magistrato si pronuncerà anche sui riti alternativi sollecitati dai coimputati: Davide Capatti, 63 anni di Ferrara, che ha chiesto di patteggiare, mentre Rita Graziano, 55enne di Roma, e Anna Viola, 55 di Roma, saranno giudicate con rito abbreviato (rito che prevede sempre lo sconto di un terzo della pena in caso di condanna).

L’indagine

Buona conoscenza delle norme e dei trucchi contabili, faccia tosta, un buon giro di conoscenze: ecco gli ingredienti che hanno consentito a padre e figlio di organizzare, fin dal 2018, il meccanismo truffaldino ottenendo garanzie dal Mediocredito Centrale spa che gestisce i fondi del Ministero dello Sviluppo economico. E poi, forti di quelle garanzie, di intascare prestiti erogati da istituti di credito alle inesistenti aziende con sedi legali in varie parti d’Italia. Prestiti che, una volta ottenuti, prendevano altre vie, quelle di Paesi esteri come il Regno Unito, l’Albania, l’Ungheria o la repubblica Ceca dove i controlli e le verifiche da parte delle autorità italiane sono difficili o impossibili. Un sistema ben congegnato, favorito, nel 2020, dal cosiddetto decreto liquidità che ha semplificato l’accesso ai fondi, mentre la pandemia ha reso possibile di andare all’incasso di ulteriori 500 mila euro messi a disposizione delle aziende in difficoltà. L’inchiesta, coordinata dal pm Luisa Rossi e affidata alla Guardia di Finanza, era partita da una perquisizione nell’ufficio di via Tommaseo 74, la “sede” (fra le altre) della società Eco Energy srl che, pur fallita, aveva chiesto diversi finanziamenti garantiti dallo Stato.

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