Trieste, da leader No Pass a vigilante in una coop: la seconda vita di Stefano Puzzer
TRIESTE. Ha accantonato (per ora) ogni velleità politica. Ha trovato (da poco) un nuovo impiego. Però porta avanti la sua battaglia giudiziaria contro il licenziamento da parte dell’Agenzia per il lavoro portuale e segue pure quelle di «tante altre persone rimaste vittime di una stagione in cui sono stati calpestati i diritti e che oggi ne pagano le conseguenze, sulla salute e sul lavoro». È stato uno dei triestini più esposti e discussi di sempre, dentro e fuori dai confini cittadini e, dopo mesi di silenzio, in tanti, tra i detrattori e non, si chiedono: che fine ha fatto Stefano Puzzer? «Sono quello di sempre», sentenzia l’ex sindacalista del Clpt, diventato il simbolo della protesta triestina di piazza contro il Green pass dell’autunno 2021, anche se più di qualcosa è cambiato.
Puzzer, come sta?
«Bene. Attivo su vari fronti».
È stato avvistato tra i volontari in Romagna dopo l’alluvione: cosa l’ha spinta?
«Ci siamo mobilitati subito contattando le persone che conosciamo e che vivono in quelle zone, e ci siamo confrontati con il gruppo locale di “La gente come noi”. Abbiamo anche contattato le istituzioni di Forlì e di Ravenna, ma la situazione era caotica. Siamo scesi in tre, per tre giorni, portando a un’associazione stivali, pale, guanti e attrezzi comprati a Trieste. Il primo giorno abbiamo consegnato il materiale, i successivi due abbiamo dato una mano in un’azienda agricola semidistrutta. Rientrati a Trieste, abbiamo continuato a renderci utili facendo girare varie richieste di aiuto attraverso gruppi e chat. Ciò che è successo laggiù testimonia quanto sia importante continuare le nostre battaglie».
Quali e per cosa?
«Ho raccolto le testimonianze di chi conosce i luoghi distrutti: facile limitarsi a parlare di emergenza, come si è fatto in passato su altri fronti, e dare la colpa alla pioggia. Si parli piuttosto della malagestione del territorio e di cosa si poteva fare prima».
Adesso si dedicherà alle tematiche ambientali?
«Voglio darmi da fare in generale, assieme a tante altre persone, perché ce n’è bisogno, perché si vuole sempre far passare l’idea che esista un’unica verità, perché la politica non risolve i problemi della gente. Ed è per questo che la gente non va a votare».
A proposito, lei si candidò alle Politiche proprio in Emilia-Romagna con Italexit di Gianluigi Paragone. Non venne eletto: ci riproverà?
«Ci avevo messo la faccia perché ritenevo che in quel momento fosse l’unico modo per portare avanti la protesta. Oggi non faccio attività politica».
Mai dire mai...
«Mi impegno in altro modo».
Come?
«Con i nostri gruppi attivi in Italia sosteniamo le persone che hanno perso il lavoro durate il periodo di obbligo di Green pass, o che lottano contro gli effetti avversi del vaccino, che in diversi casi sono stati accertati dalle autorità sanitarie. Lo Stato si deve assumere le sue responsabilità».
Raccogliete denaro per sostenere le spese legali di persone coinvolte in processi?
«Certo, anche. In un anno siamo riusciti a elargire 130 mila euro. Paghiamo anche bollette e inviamo buoni spesa a persone che hanno perso il lavoro e sono in difficoltà».
Da dove arrivano i fondi?
«Donazioni da privati cittadini che ci sostengono e che possono aiutare».
Anche lei è coinvolto in una causa, dopo aver impugnato il licenziamento da parte dell’Agenzia per il lavoro portuale: come sta procedendo?
«Siamo al primo grado. In occasione della prima udienza l’azienda mi ha proposto un’offerta economica per non andare a giudizio».
Come ha risposto?
«L’ho rifiutata. Io non ho prezzo e chiedo che la magistratura si esprima sul mio caso, che dica se il mio licenziamento era giustificato o no. La seconda udienza è fissata il 19 luglio. Se dovesse andare male, proseguirò con l’appello ed eventualmente il terzo grado. Io ovviamente ritengo che il mio licenziamento sia stato ingiustificato, ma aspetterò il pronunciamento del giudice».
Nel frattempo come vive? «Da due settimane ho trovato un nuovo impiego, in una cooperativa che si occupa di sicurezza, a Trieste. Così sono riuscito a interrompere la Naspi. Il contratto dura fino a ottobre».
I volti noti della protesta del 2021, da Paragone a Carlo Freccero, li sente ancora?
«Sì, certo, siamo sempre in contatto».
Come vive questo silenzio mediatico, dopo la sua grande esposizione?
«Sono quello di sempre. Quei mesi di popolarità non mi hanno cambiato la vita».
La gente la ferma per strada, la riconosce, la critica?
«Capita, meno di prima, ma capita. Ma non è tempo di leader: ognuno faccia ciò che può nel suo piccolo».
Se tornasse indietro, rifarebbe tutto?
«Tutto. Ma la mia non è una vendetta. I fatti hanno dimostrato che il Green pass non è stato uno strumento sanitario, bensì politico».