Gruppo Zero, il passivo è di 12,4 milioni: a Treviso seicento creditori chiedono i loro soldi
Il passivo del Gruppo Zero ammonta a 12,4 milioni di euro, poco meno di 600 i creditori ammessi. È questo l’esito dell’udienza per la costituzioni dello stato passivo, tenutati ieri in tribunale a Treviso, davanti al commissario giudiziale Bruno Casciarri, e al liquiditore Danilo Porrazzo.
Dentro il Palazzo di giustizia l’analisi del passivo della società con sede a Nervesa che ha beffato centinaia di cittadini, all’esterno la protesta di quegli stessi committenti che al Gruppo Zero e alle società di sua emanazione aveva affidato i lavori per la realizzazione del Superbonus.
A finire in liquidazione, ad oggi, è solo il Gruppo Zero, la società capofila, mentre per il Consorzio Zero e le varie Casa Zero Lombardia, Veneto e Friuli, nonostante un’insolvenza di fatto, restano società attive.
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Da qui anche l’esclusione di alcune richieste di ammissione al passivo. In tutto al liquidatore sono arrivate 622 domande da parte dei creditori, per un ammontare complessivo di 18 milioni. Ma 5,6 milioni, sono stati esclusi da commissario (Porrazzo aveva proposto l’esclusione di 7 milioni) in quanto riguardano crediti nei confronti del Consorzio Casa Zero o delle altre società del gruppo con sede a Nervesa.
Le prospettive per i creditori di vedere almeno una parte dei soldi spesi - o nel caso dei committenti dei crediti maturati fittiziamente - sono però tutt’altro che rosee. I dipendenti - circa 160 tutti in pancia al Gruppo Zero - possono crederci più di altri; mentre per i committenti c’è ben poco da sperare.
Le azioni intraprese dalla Procura e dalla Guardia di Finanza - che al momento hanno aperto l’indagine solo sul Consorzio - hanno permesso di sequestrare complessivamente 35 milioni, la gran parte al consorzio e alle società collegate. Ma di questi ben 32 milioni sono crediti d’imposta, e pertanto per tramutarli in cash - e utilizzarli per imborsare i creditori - sarebbe necessario monetizzarli. Una missione impossibile. Rimangono quindi 2,7 milioni fra somme di denaro, immobili e autovetture, che erano nella disponibilità di cinque dei sei indagati e di una società collegata.
A settembre partiranno le aste per incamerare fondi. Mentre il 17 ottobre e il 6 febbraio si terranno le prossime udienze per le insinuazioni tardive al passivo. Ad essere iscritti per primi al registro degli indagati, nell’inchiesta coordinata dal sostituto procuratore Massimo De Bertoli sono stati Alberto Botter, fondatore e amministratore di fatto del Consorzio, Fabio Casarin, legale rappresentante di diritto della società, Massimiliano Mattiazzo, libero professionista con il compito di asseveratore.
Successivamente sono stati aggiunti altri tre professionisti Andrea Pillon, classe 1971, Giorgio Feletto, classe 1983, e la consulente Daniela Pacelli, classe 1968 per aver falsamente certificato l’avvenuta esecuzione o la congruità dei lavori per i quali si accedeva all’agevolazione, rendendosi corresponsabili dei reati di truffa ai danni dello Stato e falso in atto pubblico.