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Da Belluno a Gaza, il pediatra Nicolini curerà i bambini vittime della guerra

Accanto ai più deboli. Il pediatra Giangiacomo Nicolini la prossima settimana si imbarcherà sulla nave Vulcano della Marina Militare, che è ancorata in un porto egiziano per portare assistenza sanitaria ai feriti civili del conflitto che da oltre cento giorni dilania Israele e Palestina. Nicolini si occuperà dei bambini vittime innocenti della guerra, portando la sua esperienza e la sua professionalità.

Maturata all’Ulss 1 Dolomniti, dove è dirigente medico specialista in malattie infettive, ma anche nelle esperienze fatte ad Haiti, dopo il tremendo terremoto del 2010 e l’epidemia di colera dell’anno successivo, e nell’operazione Mare Nostrum, quando si occupò dei migranti che tentavano di raggiungere le nostre coste su imbarcazioni di fortuna. Ma nella sua carriera Nicolini è stato anche in Albania e Kossovo, e quindi la guerra l’ha già toccata con mano. Con tutte le sue conseguenze.

Il pediatra decollerà con un C130 dell’Aeronautica militare giovedì. «Per me è una sorta di ritorno, sono stato ufficiale in Marina nel 2000-2001», racconta. Starà via una decina di giorni almeno, da medico volontario (utilizzerà parte delle sue ferie per il viaggio): sulla nave si occuperà dei feriti, poi accompagnerà un centinaio di bambini bisognosi di cure particolari, con le loro famiglie, nella traversata fino a Civitavecchia, e da qui agli ospedali pediatrici italiani.

Anche per questa esperienza, Nicolini si è appoggiato alla Fondazione Francesca Rava. «Sulla nave ospedale della Marina mancano pediatri e ginecologi. Quando si è aperta la possibilità di poter dare il mio contributo, l’ho accettata», racconta.

«Ringrazio il mio primario, che mi ha dato la possibilità di partire nonostante la carenza di medici di questo periodo nei ostri ospedali».

Sulla nave ospedale, Nicolini potrebbe doversi occupare di bambini gravemente feriti da esplosioni, crolli, dagli orrori della guerra. «Ne sono consapevole», continua, «so che sarà un’esperienza emotivamente pesante. Ma le faccio perché sono un medico, e questo mestiere spinge a voler aiutare il prossimo, ovunque si trovi».

È un po’ come rinnovare quotidianamente il giuramento di Ippocrate, quel dedicarsi all’altro, sofferente. Ai bambini, in questo caso, travolti dall’odio cieco degli adulti.

Rispetto all’esperienza fatta ad Haiti, ci saranno migliori strumentazioni sulla nave Vulcano. «Ad Haiti non avevamo nemmeno gli ecografi, solo per fare un esempio», ricorda. «Fare il medico in quei Paesi porta a sviluppare una grande capacità di adattamento». Il pediatra operava in cliniche mobili, allestite nelle tendopoli, e all’ospedale Saint Damien. Ogni giorno le persone si mettevano in fila in paziente attesa di farsi visitare o medicare, sotto il sole e l’umidità.

A Port au Prince un bambino su quattro era denutrito e le patologie più frequenti erano quelle intestinali, ma anche le infezioni cutanee come la scabbia, dovute alle scarsissime condizioni igieniche. Nel secondo viaggio, Nicolini ebbe a che fare con il colera, all’ospedale Santa Filomena.

Due anni dopo arrivò l’operazione Mare Nostrum, una vasta missione di salvataggio in mare dei migranti che cercavano di attraversare il Canale di Sicilia dalle coste libiche. Sempre grazie a Fondazione Francesca Rava e sempre da medico volontario, utilizzando giorni di ferie. Nicolini si imbarcò sulla Nave San Marco. «Famiglia dalla Siria, tra tante storie.

Quattro bambine, verosimilmente tra i 2 e i 6-7 anni.

Nessun bagaglio, un'’unica concessione: la bambola per la bimba più piccola; per vederla sorridere anche le sorelline hanno rinunciato a portare qualcosa di loro, e la piccola che con un guanto di lattice gonfiato a mo’ di palloncino giocava a dare il latte alla sua bambola, salvata anche lei dal naufragio. E Mario, esperto infermiere di bordo, che faceva ridere questi bambini con prestigi e giochi di magia», aveva scritto Nicolini per la Fondazione, lasciando la sua testimonianza di quei giorni.

A distanza di dieci anni, il pediatra è pronto a ripartire per un luogo dove sofferenza e dolore permeano l’aria. «Esperienze come queste sono emotivamente toccanti, ma lasciano anche molto. Insegnano, o meglio ricordano, i veri e più importanti valori della vita», conclude.

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