La vocazione maggioritaria contro gli accordicchi
In un sistema proporzionale ha un senso parlare di “partito a vocazione maggioritaria”? La domanda è sorta spontanea dopo che nell’ultima riunione della Direzione del Pd la formula veltroniana è stata riproposta con forza. L’hanno rivendicata Zingaretti, Guerini, Nobili e altri. Qui provo a giustificare l’adozione di questa formula nella situazione politica-istituzionale presente.
Non c’è alcun dubbio – è storia, anche se di ieri – che in Veltroni l’idea del partito a vocazione maggioritaria si saldasse, e anzi richiedesse, una evoluzione del sistema in senso maggioritario. Un quadro bipolare e anzi tendenzialmente bipartitico. D’altra parte nel nostro Paese questa evoluzione veniva avanti da anni, e la stessa formazione del Pd era un frutto della semplificazione del sistema politico. Ma questo processo, che ha avuto le sue luci e le sue ombre e che a compimento non giunse mai, ha conosciuto con il referendum costituzionale del Pd di Renzi uno stop molto brusco, tanto da indurre il Parlamento a varare una legge di impianto proporzionale proprio in conformità ad una lettura unanime della volontà popolare espressasi in quel referendum.
Tuttavia, nonostante il ritorno della mentalità e delle pratiche proporzionalistiche, alle elezioni politiche del marzo 2018 l’elettorato si è concentrato essenzialmente su tre forze politiche, il M5S, il Pd e la Lega. E in questi 15 mesi è andato registrandosi un declino forse irreversibile di quello che era il primo partito, il M5S, lasciando intravedere la possibilità di un nuovo bipolarismo Lega-Pd, secondo una fisiologia destra-sinistra che era parsa negli ultimi anni insufficiente a descrivere il conflitto politico italiano ed europeo.
Per inciso, Renzi non ha mai detto che destra e sinistra non esistono più. Ha affermato che questa dicotomia si manifesta piuttosto in altre forme, prima fra tutte l’alternativa fra conservazione e innovazione. Se guardiamo a certe istanze neomedievali della Lega la teoria si comprende meglio e si giustifica: grosso modo, la destra italiana è conservazione, la sinistra innovazione. Ma, Renzi a parte, l’affermarsi di una nuova destra radicale ed egemone ripropone l’esigenza di una sinistra riformista con piattaforme radicali.
E le altre forze politiche? Al momento si assiste a una sorta di rarefazione del quadro politico. Fratelli d’Italia è con tutta evidenza una corrente della Lega; Forza Italia secundum Belrusconi altrettanto; e dall’altra parte c’è stata la falsa partenza di una nuova esperienza neoradicale; e poi il deserto, ancorché rumoroso, alla sinistra del Pd. Le elezioni più proporzionali di tutte, le Europee, hanno dunque fornito questa tendenza alla semplificazione.
È chiaro che il quadro è in movimento. Forza Italia, secondo le prime, timide affermazioni di Mara Carfagna potrebbe svincolarsi dalla sudditanza a Salvini. Vedremo se i liberali faranno qualcosa di nuovo.
Ma in ogni caso non saremo mai più nella Repubblica con 15 partiti e partitini.
Ecco perché, pur essendo chiaro che adesso non esistono le condizioni per discutere una nuova legge elettorale, il tema della rappresentazione della volontà popolare è un tema che resta aperto. E in questo quadro di “proporzionalismo forzato” e comunque corretto da una importante quota maggioritaria, l’ispirazione a diventare punto di riferimento di un’area elettorale molto più vasta della sinistra o anche del centrosinistra non appare peregrina, ma al contrario come il recupero di una forte identità di partito di governo.
L’ambizione a rappresentare potenzialmente la maggioranza degli elettori, a non accettare insomma la condanna a rappresentare una parte minoritaria, era la scommessa del Pd alla sua fondazione, e resta valida. Perciò dividere il Pd tornando a due partiti forse mette il cuore in pace a qualcuno ma di certo relegherebbe per sempre la sinistra ai margini e farebbe dei centristi-liberali i portatori d’acqua a una destra rampante e aggressiva.
Qui si pone la questione del M5s. La sua crisi è acutissima. Non tornerà più il movimento di massa delle origini. Segni di sfarinamento del suo elettorato sono già ben visibili: chi può dire cosa sarà, il Movimento, fra uno o due anni o tre? Esisterà ancora? E con quale gruppo dirigente, quale linea politica? È evidente – come ha detto Bettini alla Direzione del Pd – che “con questi dirigenti non ci alleeremo mai” e che è persino banale porsi il problema di recuperare voti nell’elettorato (sin qui) grillino. Come peraltro nell’elettorato (sin qui) leghista o astensionista.
Ma, appunto, pensare di risolvere il problema della governabilità con accordicchi fra ceti politici è una scorciatoia. Nessun anatema moralistico sulla manovra politica o parlamentare, che è spesso giusta e necessaria. Ma la strategia è un’altra cosa. E la strategia di un partito nazionale, riformista, popolare e di governo implica la volontà di ambire a diventare maggioranza, nella grande sfida alla destra più retriva della storia repubblicana. Un obiettivo che oggi appare impossibile, ma senza grandi ambizioni non si fa grande politica: ci si limita ai giochetti politicisti, quelli che non cambiano la storia.
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