Addio a Gimondi, l’ultimo eroe antico del ciclismo
Se ne va una leggenda. E’ morto Felice Gimondi. Eroe antico di un ciclismo che non c’è più, simbolo di un’Italia che correva felice verso il futuro, poster di un’intera generazione. L’unico italiano ad avere vinto Giro (’67, ’69 e ’76), Tour e Vuelta.
143 vittorie in carriera, tra cui Mondiale, Roubaix (nel 1967 quando arriva con la faccia nera di fango e polvere al traguardo) Sanremo, Lombardia (nel 1966 si fa fotografare per la prima volta con la moglie Tiziana, amore di tutta una vita) e decine e decine di altre corse. La prima bicicletta gliel’aveva regalata sua madre Angela, postina di Sedrina, nel bergamasco: lui la seguiva al lavoro per le valli, nelle frazioni di montagna era Felice ad inerpicarsi per consegnare la posta.
Il campione ha accusato un malore mentre era in vacanza insieme alla famiglia. Stava facendo un bagno a Giardini Naxos, in Sicilia. I bagnini di servizio, una motovedetta della Guardia Costiera e gli operatori del 118, immediatamente allertati, sono intervenuti, ma i tentativi di salvargli la vita sono stati vani. Avrebbe compiuto 77 anni il prossimo 29 settembre. Era da tempo sofferente di cuore.
«Una tristezza enorme. C’è rammarico, delusione, un pianto nel cuore – così ha commentato la notizia il presidente della Federciclismo Renato Di Rocco – Ho seguito tutta la sua carriera da dirigente, l’ho sempre ammirato e apprezzato». Enrico Ruggeri, che di Gimondi ha cantato le gesta in «Gimondi e il cannibale», l’ha ricordato su Twitter: «Se ne va una parte della mia infanzia, un ragazzo che mi ha fatto sognare, una persona dolce e meravigliosa, un simbolo e un grande uomo». «Ho avuto un solo idolo nella mia vita: Felice Gimondi. Ogni volta che lo vedevo era un’emozione perché quando ti innamori di un campione è per tutta la vita. Sei stato un grande Felice», così il ct della Nazionale di ciclismo Davide Cassani l’ha ricordato sui propri profili social.
Sul podio dei grandi italiani che hanno fatto la storia del ciclismo c’è lui, il figlio di Angela e Mosè, che quando gareggiava il campione lo aspettava fuori dall’albergo, in disparte, per non disturbarlo. Era un uomo corretto, di sani principi, onesto di quell’onestà che ha chi ha rispetto di tutti. Quando vinse il Giro d’Italia del 1969 rifiutò – il giorno della premiazione – di indossare la maglia rosa, perché convinto di non meritarla e di aver vinto solo per la squalifica per doping del grande Eddy Merckx, detto «Il Cannibale». La loro rivalità omerica ha segnato profondamente il ciclismo. C’era antagonismo, c’era anche amicizia. I suoi avversari hanno scritto la storia di questo sport: oltre a Mercks (che l’ha salutato così: «Addio amico e rivale: stavolta perdo io, sono distrutto»), Anquetil, Ocana, Poulidor, Adorni. Ha vissuto l’epoca di passaggio tra il ciclismo epico di Coppi e Bartali e quello dei «robot», degli specialisti, di anonimi corridori che grattano schegge al muro della Storia senza lasciarci il nome impresso.
Era un motore diesel, grande scalatore, infaticabile nelle lunghe distanze, feroce al traguardo, anche se non era dotato di uno sprint decisivo. Ha vinto l’ultimo Giro a 33 anni, si è ritirato nel 1978, a 36, dopo un Giro dell’Emilia. Diciotto lunghi anni di carriera, quattordici di professionismo. Raccontò di avere un solo rimpianto: quando nacque la secondogenita Federica (ha avuto un’altra figlia: Norma) arrivò in ospedale in ritardo, per colpa del maltempo dal rientro dal Giro del Lazio.
Ci teneva a sottolineare le sue origini, in fondo anche il segreto dei suoi successi: «Noi bergamaschi siamo duri, prima di mollare diamo tutto». Non aveva mai smesso di andare in bicicletta, anche percorrendo lunghe distanze. Per tutta la carriera ha tenuto un diario, dove annotava le gare, sorvolando sulle imprese, dedicando poco spazio alle grandi vittorie. Aveva stile e una rettitudine antica. E’ stato un uomo Felice, ci ha reso felici.