Trieste dà l’addio al critico d’arte Giulio Montenero. Diresse il museo Revoltella per quasi 30 anni
TRIESTE È spirato mercoledì mattina, accanto ai suoi affetti, Giulio Montenero, critico d’arte, direttore dal 1961 al 1989 del Museo Revoltella, padre e nonno, animo timido e auto ironico, impacciato, umanissimo.
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L’ultimo ricordo lo fissa per sempre accoccolato nella sua vecchia poltrona, imponente e minuto nel salotto francescano invaso da un mare impossibile di volumi, romanzi, cataloghi d’arte e dissertazioni filosofiche, scritti della sua vita e dei (suoi) tempi fatti di attori primi e comprimari: Adriano Olivetti, Emmanuel Mounier, Miela Reina.
È in quello spazio affascinante e caotico che Montenero ha vissuto tutta la sua vita, accanto alla moglie Rina, il suo «amore, in settant’anni ci siamo voluti tanto bene», e ai figli Francesco, operatore in Rai, e Giovanni, già fotografo del Piccolo, poi della Regione, e il nipote Leonardo.
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Nato a Trieste il 5 giugno 1926, Montenero ha saputo raccontare, con prosa da romanziere e retorica da poeta, dei drammi e delle ubriacature intellettuali dei nostri giorni; come in “Parlandone da amico”, in dialogo con Fernando Bandini, poeta e scrittore di Vicenza.
Lì Montenero andò a vivere nell’immediato dopoguerra, forse anche per il timore di non trovare lavoro con quella sua «strampalata, ai miei tempi» laurea in Filosofia, con tesi sulla psiche.
Nella provincia veneta si fermò per un decennio, dapprima maestro alle elementari, fino a diventare capocronista, critico d’arte e teatrale del “Giornale di Vicenza”, colonne che negli anni tenne su diverse testate.
Il ritorno a Trieste dopo l’improbabile incontro, alla Biennale, con Marcello Mascherini, che lo volle alla guida del Revoltella, che resse dal ‘61 all’ ‘89. In quegli anni l’esperienza più illuminata fu senz’altro il tormentato cantiere del museo, reimmaginato dallo «scanzonato» Carlo Scarpa.
«Se per caso (per errore) si parlerà di me dopo la mia morte, e ci si ricorderà di com’ero da vivo, spero che non si racconti solo qualche spassoso aneddoto sulla mia buffa figura, sulle mie ingenuità e sulle mie gaffe», scriveva Montenero: «Per contrastare queste impressioni mi sono imbarcato nell’impresa del progetto della galleria d’arte moderna con Carlo Scarpa e in altre imprese altrettanto azzardate».
Impensabile dunque raccontarlo in poche battute. Illustre critico d’arte, giornalista, insegnante, direttore. «Io sono un vecchio, stupido come una talpa», avrebbe riassunto, con voce tonante sì ma timida, racchiusa in un corpo che lui stesso definiva «buffo», da «personaggio goldoniano», perfettamente intonato al suo villino neoclassico a Chiadino.
Era nato ed è vissuto lì, all’ombra di un albero di tiglio, piantato da suo padre, ingegnere, figlio naturale di Ettore Klein: fino alla fine tenne sempre a precisare la sua doppia origine, ebrea e slovena. «Io sono un vecchio, mi sento disarmato dinanzi a questo mondo di astuzie e complessità», diceva spesso, apolide di un’era moderna in cui però timidamente cercava un posticino.
A novant’anni suonati si era iscritto a un corso per imparare a usare il computer, «una protesi per la mia mente, finché la memoria fa cilecca»: per navigare in un mare di sinonimi e contrari, ingannare l’insonnia mentre Rina, nell’altra stanza, tutte le sere, si attardava a fare le parole crociate.
E le mail affettuose ma precise, sintassi da dieci e lode, inviate ad amici filosofi, scrittori, anarchici, giornalisti che l’avevano prima o poi intervistato. Ai quali Montenero rivolgeva: «Un tenero e caldo abbraccio fraterno che annulla distanze di provenienza e di età, Giulio».