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I 60 anni di attività di Antonio Fabris a Gorizia, il chirurgo degli orologi che coltiva la pazienza

GORIZIA. Nel giugno del 1964 il goriziano Antonio Fabris si diploma con il massimo dei voti Orologiaio riparatore al prestigioso istituto “Cesare Coretti” di Milano. Un percorso di formazione durato tre anni per apprendere l’arte di riparare i complessi e affascinanti meccanismi che scandiscono lo scorrere del tempo, siano essi orologi da polso, da tavolo, pendole o cuccù. Un chirurgo del tempo che da sessant’anni esercita la sua maestria, con pazienza e cura, sempre attento agli aggiornamenti, all’evolversi della tecnologia, che invano ha tentato di soppiantare i “meccanici” composti da innumerevoli, a volte microscopici ingranaggi: quadrante, lancetta e ghiera, bilancieri, ruote, corona e molle. La sua prova di diploma è un orologio da tavolo, perfettamente funzionante, ça va sans dire, che conserva nel suo laboratorio di via Marconi, dove si è trasferito dopo la chiusura dello storico negozio orologerie, gioielleria e argenteria di via Crispi.

Il concetto del tempo

Che cosa è il tempo per Antonio Fabris, gli chiediamo conversando al ritmo di ticchettii, riverberanti tocchi di pendole, sorprendenti apparizioni di “svizzeri cinguettii”: «Il tempo è ciò che manca sempre, sia perché il lavoro dell’orologiaio ha tempi lunghi e richiede molta concentrazione, sia perché siamo rimasti in pochissimi ad occuparci di orologi meccanici, da polso, tavolo, pendole di piccole e grandi dimensioni. Quasi sempre oggetti preziosi, sia da un punto di vista sentimentale, ricordi per ricorrenze particolari di genitori, nonni, amori, sia per l’alto valore economico, come ben sanno i collezionisti».

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Tradizione di famiglia

Un destino quello di Antonio, nato a Gorizia il 26 agosto del 1945, nel segno della continuità con la tradizione di famiglia. «Dopo le medie andai nel 1961 a Milano, fu un grande cambiamento, dalla piccola Gorizia alla grande metropoli. Un altro mondo. A scuola le materie spaziavano dall’educazione civica alla fisica, meccanica e orologeria. Il primo anno fu dedicato ad acquisire manualità con lima e tornio, inizialmente grandi poi sempre più piccoli. Quindi si passava a meccanismi complessi. La perfezione richiesta era di costruire un orologio che in una settimana avesse al massimo uno scarto di 1 minuto».

il negozio aperto nel ‘53

Il padre Francesco e la mamma Carolina Bevilacqua avevano aperto nel 1953 la fiorente attività dove Antonio iniziò la sua vita lavorativa. I tanti che frequentavano il negozio lo ricordano fino al 2019 perennemente concentrato e chino sul banco di lavoro, indossando con altera eleganza l’indispensabile occhiello. Ma quali meccanismi predilige un esperto di lungo corso come lui? «Le maggiori soddisfazioni le ho provate nella pendoleria più che negli orologi da polso. Mi piace lavorare soprattutto sulle parigine, costruite in Francia nell’800. Orologi montati su sculture raffinate in bronzo o antimonium dorato, spesso protette da cupole di vetro. Amo il tocco dei quarti e delle ore, preferendo di gran lunga l’ antico al moderno. Certo se entra il cliente per chiedere il cambio di batteria non mi sottraggo».

Un laboratorio-salotto

Il laboratorio è anche salotto, e Antonio e la moglie Nevia Pettarin accolgono i clienti, pronti a dare spiegazioni e dettagli sul micro universo di meccanica che nei secoli di base è cambiata assai poco. Ma come riconoscere un Rolex da una patacca? «Anche solo dal peso sul palmo della mano e dai caratteri delle scritte sul quadrante. Le conferme poi aprendo la cassa e controllando marchi e ingranaggi». Fra i tanti quali preziosi ricorda? «Tre Jaeger-LeCoultre riparati in una settimana e un Gaetano Endres di fine ‘700». E le qualità che fanno un maestro orologiaio quali sono? «Certamente la pazienza, mai dare in escandescenze, aiutano manualità e buona vista favorita da specifiche lenti. Fondamentale poi la passione e la gioia che fanno di ogni agire umano un’esperienza unica, prossima all’atto creativo. Quanti orologi possiedo? Un paio da polso, non sono un collezionista, in laboratorio ho una vetrina con vari pezzi da tavolo, alcuni rimasti dal negozio e altri regali di amici». Ma Antonio Fabris è anche valente fotografo, una passione che coltiva dagli anni ’70. In laboratorio fa camminare il tempo, con la macchina fotografica lo ferma, rendendo un attimo eterno. In entrambi i casi serve pazienza, nel maneggiare pinzette e cacciaviti minuscoli, nell’attesa della luce giusta, per lo scatto perfetto. —

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