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L’anello d’argento e l’ago fatto di osso Il sito di Isola Felice svela altre sorprese

Riserva altre sorprese e svela nuovi tesori il sito di Isola Felice, nell’agro tra Rivanazzano Terme e Voghera, dove dal 2018 lavora l’équipe di archeologi dell’Università di Pavia, guidata dal professor Stefano Maggi. L’ultima campagna di scavi - la decima - appena conclusa, diretta sul posto dalla tortonese Manuela Battaglia, con l’ausilio del collega Juri Godino e di squadre di studenti con una rilevante presenza straniera, ha permesso di accertare, anche grazie alle prospezioni geologiche, che il grosso edificio (20 metri x 10) sul quale si è concentrato da alcuni anni l’attenzione degli esperti, era probabilmente di uso votivo, con i residenti dell’epoca che vi recavano offerte;: privo di tetto, quindi necessariamente non poteva trattarsi di una domus di epoca romana, ma semmai di un recinto in muratura contenente al suo interno notevoli quantità d’acqua forse racchiuse in una vasca o in una sorta di serbatoio.

Il sito venne abbandonato tra il III e il IV secolo dopo Cristo, complici assai più i frequenti fenomeni alluvionali, piuttosto che l’instabilità provocata dalla crisi dell’impero e dalle invasioni barbariche, che appare come una causa secondaria. Ma tornò a popolarsi in era tardo antica. Lo testimonia il ritrovamento di un forno, proprio di fronte il recinto votivo.

Gli ultimi ritrovamenti

Le recenti ricerche hanno inoltre riportato alla luce diversi reperti, databili tra la fine della repubblica e i primi secoli dell’impero, oltre ad alcune monete: un anello d’argento con foglia di palma, un ago crinale fatto di osso, un balsamario in vetro, un bastoncino per unguento sempre in vetro. Oggetti (destinati, una volta esaminati, catalogati e datati con certezza, al Museo Archeologico di Casteggio) che testimoniano la vitalità e il relativo benessere dell’insediamento. Il sito di Isola Felice, come quello di Cascina Boarezza, al centro dei primi scavi tra il 2016 e il 2018, faceva parte di un’area popolata già dai Celti e poi caratterizzata dalla presenza di numerosi insediamenti di tipo agricolo, al punto che la tipica parcellizzazione utilizzata dai romani è ancora oggi riconoscibile nel reticolo di stradine, fossi e viottoli che intersecano i campi.

Proprio le ricorrenti esondazioni del torrente Staffora, se da un lato portarono, anche piuttosto rapidamente, allo spopolamento, dall’altro hanno contribuito al buon stato di conservazione dei reperti. Basti pensare al denario, una moneta risalente all’epoca della dinastia dei Severi (fondata nel 193 d.C. da Settimio Severo, imperatore originario di Leptis Magna, il cui figlio ed erede Caracalla è famoso per le grandiose terme edificate a Roma e per l’omonimo editto che estese la cittadinanza romana a tutti i sudditi dell’impero), ritrovato nel 2022, nel quale vi si distingue la raffigurazione di un tempio esastilo a sei colonne e della divinità Roma. O all’altro denario, molto più antico (I secolo avanti Cristo), coniato da Marco Antonio per reclutare mercenari da impiegare nella guerra civile contro Ottaviano Augusto.—

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