This must be the place, Jane Fonda: «Mi ritrovai con il respiro corto, per il mio amore per Roma»
Questo articolo è tratto dal numero 20/21 di Vanity Fair, in edicola dal 20 maggio 2020
Era il 1953 e io ero un’impacciata, timida, vergine sedicenne che non era mai stata in Europa prima di allora. La mia famiglia aveva in programma di trascorrere l’estate in una villa presa in affitto fuori Roma, sull’Appia Antica, perché mio padre, Henry Fonda, stava girando Guerra e pace negli studi De Laurentiis. Già il viaggio dall’aeroporto Leonardo da Vinci di Fiumicino fu memorabile – giovani uomini affascinanti e con i capelli scuri che guidavano veloci in mezzo al traffico sulle loro Vespe, schivando le auto e zigzagando – non capivo come non potessero venire uccisi. Il nostro autista continuava a suonare il clacson e a gesticolare con le braccia fuori dal finestrino, i polpastrelli delle dita premuti, urlando loro: «Porca miseria», quando si avvicinavano troppo, cosa che fecero un mucchio di volte. Io guardavo fuori dal finestrino del sedile posteriore e questi tipi spericolati mi videro e cominciarono a seguirci, facendo gesti che sembravano di corteggiamento e urlando: «Sei così bella», «Bellissima», e chissà che cos’altro. Il fatto che questi uomini pensassero che ero carina mi faceva girare la testa. Non avevo mai causato un trambusto del genere e decisi all’istante che, da grande, mi sarei trasferita a vivere in Italia. Gli aitanti corteggiatori ci seguirono sulle loro Vespe fino a quando le stradine strette non lo resero impossibile, e fu allora che il mio cuore si spostò dalle attenzioni maschili all’angustia di quelle strade belle e tortuose e ai muri color ocra e, prima ancora di aver raggiunto il Colosseo e di aver dato un’occhiata alle rovine, mi ritrovai praticamente con il respiro corto, per il mio amore per Roma.
Quindi, quando prendemmo la famosa strada costruita in epoca pre-cristiana e la macchina cominciò a sobbalzare sopra il selciato, l’autista spiegò che proprio su quelle pietre, rese lucide dal passaggio, avevano viaggiato gli imperatori romani e Spartaco. Avevo amato lo studio della storia romana e la presenza quotidiana di tutto quel passato mi tolse il fiato. Anche la mia verginità mi fu tolta quell’estate lungo l’Appia Antica e, tredici anni dopo, mio marito Roger Vadim e io vivemmo per un anno in una villa restaurata di epoca pre-cristiana su quella stessa via, mentre filmavamo Barbarella. Il mio amore per l’Italia e quei primi ricordi mi scaldano il cuore ancora oggi. E, qualche volta, mi ritrovo a dire: «Porca miseria», godendomi il fatto che nessuno sa quello che sto dicendo o pensando… Ah, quei fantastici uomini italiani con i capelli scuri!
Foto: Getty Images