Perché Venezia può diventare un laboratorio per il turismo sostenibile

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«È una situazione nuova, che porterà inevitabilmente a una riduzione della capacità della città di accogliere i turisti». A dirlo è il professor Jan Van Der Borg del dipartimento di Economia dell’università Ca’ Foscari di Venezia, parlando della possibile riapertura. «Dai 18 milioni all’anno previsti si passerà a poco più di 4 milioni». È questa la realtà che dovrà affrontare Venezia, dopo l’emergenza coronavirus. Una realtà che prevede che l’intero settore turistico si dia nuove regole, che puntino più sulla qualità dell’offerta che sui numeri sempre in crescita. «Questa situazione accelererà un approccio più responsabile, più sostenibile, più consapevole. Il business model fondato solo quantità non funziona più, non sarà più così», aggiunge Van Der Borg.

È una speranza che condividono in molti, quella di rifondare il turismo veneziano su nuove regole, e nuovi numeri. Già nel 2018 uno studio presentato dal gruppo di economisti del turismo di Ca’ Foscari, coordinato proprio dal professor Van Der Borg, aveva tentato di calcolare il limite massimo di carico turistico per il centro storico di Venezia, ovvero 52mila visitatori al giorno, uno per ogni abitante. Oltre 18 milioni di visitatori l’anno come soglia invalicabile contro la stime di qualche mese fa di un’affluenza reale di circa 28 milioni all’anno. Un numero che trasforma il turismo da risorsa in problema.

Oggi, a due mesi di distanza dalle prime restrizioni imposte a causa dell’emergenza sanitaria, la Venezia delle immense navi da crociera attraccate a pochi passi dalla città, dei canali sommersi dal traffico marittimo, delle calli sovraffollate, non c’è più. È una Venezia silenziosa, con le acque verde smeraldo, con campi e campielli insolitamente deserti. Già a fine febbraio erano pochi i turisti rimasti, per lo più in attesa di un volo per il rientro. Oggi non c’è nessuno. Dall’«overtourism» al «detourism» «Anche i veneziani rimasti sono pochi» racconta Stefano Croce presidente dell’Associazione Guide turistiche ufficiali di Venezia. «Perché questa è una città che è stata abbandonata dai suoi stessi abitanti, che negli anni hanno lasciato lo spazio al turismo in continua espansione».

«Oggi però abbiamo davanti a un’occasione unica» – continua Stefano Croce – «Potremo ristabilire un concetto di sostenibilità per la città. Ci saranno meno turisti, forse più motivati. Questo porterà ad un buon equilibrio in città, magari porterà qualche residente a tornare, visto che l’offerta degli affitti sarà più economica», dice Croce. «Non avremo altre di occasioni del genere».

I prossimi mesi potrebbero essere quindi sfruttati per dare delle regole, per riportare quell’equilibrio perduto, richiamando quelle attività commerciali che mantengono in vita una comunità, come supermercati, panetterie, cartolerie, librerie. Una città che dovrà rimanere aperta a chiunque certo, ma con dei limiti nelle presenze. Una città che dovrà trasformarsi da parco dei divertimenti a realtà cittadina tipica dell’Italia, quella fatta di borghi, di comuni, di piccole comunità capaci di promuovere il proprio territorio in maniera originale, sfruttandone le tipicità.

Come si fa? Sfruttando il minor afflusso turistico dei prossimi mesi per «ricostruire» una città. Come suggeriva Jan Van Der Borg – che nello studio proponeva di istituire un sistema di prenotazione per poter accedere alla città – si tratta di programmare un sistema in grado di fornire ai futuri turisti la consapevolezza della scarsità del “prodotto Venezia”. Un turismo che venga diluito su tutti i mesi e individui visite mirate in zone e itinerari diversi da quelli classici. «Come avevamo già proposto, sarebbe importante rilanciare la promozione di luoghi poco noti ma di grande valore», commenta Stefano Croce, «oltre a limitare i gruppi di persone che visitano la città». Una sorta di numero chiuso come avviene in altri luoghi nel mondo, prestigiosi ma fragili.

«È chiaro da tempo che il turismo in continua crescita di prima non poteva essere sostenibile perché di fatto intacca la vivibilità del luogo», commenta Stefano Croce. «Nel momento in cui questo tipo di turismo impedisce il sereno svolgimento della attività quotidiane di un luogo, viene meno quell’equilibrio tra città e turisti. Non è solo un problema per i residenti, ma anche per il visitatore, che non si trova più a suo agio in un luogo come questo». Il risultato porta ad allontanare il turista di qualità, quello che soggiorna in città, che visita musei e mostre, che sceglie i luoghi meno conosciuti. E di contro attira i turisti che rimangono in città per poche ore, scattano qualche selfie in piazza San Marco e poi se ne vanno, di fatto non lasciando nulla alla città.

Oggi a piazza San Marco si sentono soltanto i rintocchi delle drizze che cozzano contro gli alti pali che portavano le bandiere con il leone alato, ora ammainate. Sono immagini che hanno segnato un momento storico mai vissuto prima dalla città. Ciò che rimane di questa emergenza è che il turismo, da solo, non potrà mantenere in vita Venezia. Perché quello a cui eravamo abituati fino a quale mese fa, si comportava esattamente come un virus. Che attacca l’ospite e lo consuma, fino a farlo perire. Venezia oggi si risveglia così, isolata ed elegantemente vuota. E mai così bella.

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