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Dentro il castello dei destini incrociati con il duce alle porte

Lo sapevano tutti fin dall’antivigilia, anzi già forse da mesi, che ci sarebbe stato poco da discutere in quel congresso numero 17. Nelle fabbriche succedeva l’inimmaginabile fra scioperi e occupazioni, la rivoluzione russa sembrava lì talmente a portata di mano che pareva di toccarla. Anche nella Livorno di quel congresso socialista di gennaio lo si era visto 14 mesi prima, con la conquista del Comune da parte dei "rossi" del professor Uberto Mondolfi, amico d’infanzia di Amedeo Modigliani: le tute blu erano uscite dalle fabbriche per festeggiare. Finalmente padroni del proprio destino.E ora quel congresso che sarebbe stato un duello all’Ok Corral. Andiamo a cercarne le tracce negli archivi del Telegrafo, così allora si chiamava il quotidiano livornese Il Tirreno.

Il punto-chiave per il Sol dell’Avvenir? L’accettazione dei "21 punti" stabiliti dall’Internazionale Comunista: se sì, avrebbero sbattuto fuori i riformisti; se no, una costellazione di anime comuniste avrebbe fatto la valigia. A sorvegliare il rito come custode dell’ortodossia c’è, per conto dell’ "Internazionale dei soviety" (sic) il plenipotenziario Christo Kabakciev (che Il Telegrafo insiste a chiamare "Kowaceff"): la faccia un po’ da accademico un po’ da attore trasfigurata in vignette che ne accentuavano i tratti mefistofelici. Guai a dargli torto, dice chiaro e tondo che i tempi per la rivoluzione sono maturi e solo «gli opportunisti» come Serrati non se ne accorgono.

La scena clou è quando l’inviato dell’Internazionale Comunista annuncia l’espulsione dal Komintern per chiunque voti la mozione filo-Serrati: si chiamano "massimalisti" ma evidentemente non lo sono abbastanza al punto che li accusano di giocare con le parole per fare comunque il gioco di Turati. Ma l’attacco al fronte di Serrati è perché lui a sua volta si rifiuta di cacciare i riformisti. A chi li vuol sbattere fuori, i delegati ribattono mettendo proprio Kabakciev nel mirino del sarcasmo: la sua è una «scomunica» da «legato pontificio», ecco che gli strillano come sfottò «Viva il Papachieff!». Curiosamente, sempre strizzando l’occhio alla religione, sulla stampa livornese si parlerà di «scisma».

Però la Gazzetta Livornese azzarda lo scoop: «Emissari di Lenin a Livorno?». Nientemeno che Grigorij Zinov’ev, uno dei leader di primissimo piano nell’Urss di Lenin e poi di Stalin: rifiutato dalle autorità sabaude, si sarebbe infilato clandestinamente a Livorno per partecipare alle riunioni private della frazione "comunista pura", dice il reporter labronico.Sulla scenografia congressuale campeggia la barbona arcigna di Karl Marx ma soprattutto il suo motto: «Proletari di tutto il mondo, unitevi». Mai dichiarazione politica fu meno azzeccata di quella del deputato veneziano Elia Musatti: «Entro un anno saremo di nuovo tutti uniti». Perfino prima dei saluti iniziali, «si scatena il primo tumulto»: figuriamoci il resto. La resa dei conti congressuale mostra che gli equilibri, come rivelerà poi il voto sulle mozioni, sono a danno della componente comunista.

Il paradosso è che i dati pubblicati dalla Gazzetta Livornese mostrano come proprio la città-simbolo del Pci avesse visto il consenso più basso, eccetto Grosseto in tutta la Toscana: 298 voti ai comunisti, 772 agli unitari e 89 alla "terza via" concentrazionista. La ruvida voce toscana di Gino Baldesi, firmatario della mozione riformista: «Non siamo noi che vogliamo allontanare i comunisti, sono i comunisti che vogliono allontanarsi da noi. Per noi nel partito c’è posto per tutti».

L’ironia sta nell’urlo che arriva da lassù nel loggione: «Anche per i riformisti».Il dilemma è quello che agita le sinistre d’inizio Novecento: lo strappo rivoluzionario (a costo di esser brutali) o la progressiva emancipazione (lenta) della classe operaia? Vincenzo Vacirca annota i passi in avanti di «nuclei di cooperative di lavoro agricole da allargare» e «una infinità di Comuni socialisti», il leader della scissione comunista Amadeo Bordiga ribatte che «la Grande Guerra ha dimostrato l’infondatezza di certe teorie» per cui «il mondo capitalista si sarebbe trasformato in un mondo socialista in virtù di continue "iniezioni" nelle sue strutture».

E chi dice che, dopo la Rivoluzione d’Ottobre, c’è da «aspettare che le condizioni siano mature», vuol solo rinviare a data da destinarsi la presa del potere da parte della classe operaia.Il rischio che si precipitino a Livorno un po’ di squadracce è nell’aria: «Ieri correva la voce per la città che fosse stato segnalato da Milano e da Bologna la partenza di alcuni battaglieri gregari dei fasci di combattimento». No, ma la tensione si taglia a fette: l’onorevole Misiano «in piazza Cavour è stato affrontato da alcuni giovani i quali trattandolo di spia e di traditore lo hanno sputacchiato». Quattro mesi più tardi lo aggrediranno in Parlamento una trentina di deputati fascisti accusando lui, anti-interventista e anti-militarista, di essere disertore: per lo stesso motivo anche Gabriele D’Annunzio, nelle vesti di comandante in capo, aveva emesso una "fatwa" perché qualcuno lo assassinasse.

Il giornalista e saggista Ezio Mauro, rievocando il centenario, punta il dito: quel congresso era talmente intento a guardarsi l’ombelico da non accorgersi del fascismo ormai alle porte, anche se le avvisaglie c’erano eccome (si pensi all’eccidio di Bologna di appena due mesi prima). Eppure venne citato «solo quattro-cinque volte: pochissime».In realtà, le dettagliate cronache della stampa locale - peraltro assai "antipatizzanti" - riferiscono che le citazioni sono più del doppio: accenni, per esempio, negli interventi di Baratono, Baldesi, Minghi e Schiavello, solo per citarne alcuni. Ma è Vacirca che insiste sul fatto che «fummo impotenti a Bologna» («i nostri subito in cella, i fascisti vanno armati e feriscono, ammazzano, aggrediscono»).

Ed è soprattutto Turati che si lancia in una "profezia" sull’effetto boomerang del "tanto peggio" che «non dà incremento che alla guardia regia ed al fascismo».Al Goldoni si terrà qualche settimana più tardi l’adunanza regionale dei fasci di combattimento con i maggiorenti della città che si mettono in vetrina: fra i saggisti non manca chi attribuisce a Benito Mussolini in persona la scelta di cercare di mettere per qualche mese la sordina all’esibizione sfacciata della violenza delle squadracce proprio per evitare che il congresso socialista, ricompattandosi contro l’attacco del nemico esterno, finisse senza la scissione.

«Ma questo è soprattutto un modo per giudicare con le "lenti" di oggi la storia», dice Catia Sonetti, direttrice dell’Istituto storico della Resistenza e dell’Età Contemporanea (Istoreco) di Livorno: «E soprattutto cercare di espungere fin dall’inizio come un errore e una anomalia la storia che da quella scissione è nata: il Pci. Davvero i filo-Serrati erano lucidi e razionali mentre il fronte dei comunisti era solo la lunga mano di Mosca? Bisogna guardare a quel periodo senza piegarlo alle nostre categorie: come spieghereste perché il governo socialdemocratico di Weimar mandò i corpi paramilitari ad assassinare Rosa Luxemburg?».

I 100 anni del Pci, la manifestazione a Livornofoto da Quotidiani localiQuotidiani locali

In quei giorni metà delle pagine del Telegrafo è dedicata al congresso socialista. Salvo poi far finire in sette righe la notizia dell’uscita degli scissionisti comunisti «dopo l’avvenuta proclamazione della votazione» che li vede sconfitti: sono «compatti, in numerosa colonna», se ne vanno al San Marco «scortati da guardie regie e carabinieri». Colpa forse dei tempi tecnici di stampa? Invece la Gazzetta Livornese dedica un titolo a tutta pagina: «La frazione dei "puri" sconfitta abbandona il congresso. La immediata costituzione del nuovo partito comunista». Solo che al congresso comunista i cronisti non sono ammessi: «Un giovanotto con tanto di bracciale rosso, cortesemente ma recisamente, ci dice: "Non possiamo far passare la stampa"».No, non sarà una gita in carrozza l’itinerario verso la rivoluzione proletaria, e i delegati comunisti se ne accorgono fin dal primo momento.

Al teatro San Marco fa capolino nelle decorazioni mitologiche dei palchetti l’atmosfera di vecchie glorie neoclassiche. Ma d’un passato ormai lontano perché al presente è poco più di un rudere. Come racconterà Terracini, i delegati «non vi trovarono sedie o panche, dovettero stare per ore in piedi» mentre «dagli ampi squarci del tetto infradicito venivano giù scrosci di pioggia a riparo dei quali si aprivano gli ombrelli», e nemmeno «l’impiantito era in migliori condizioni, tutto avvallamenti e buche nelle quali si raccoglieva l’acqua, riempiendo l’aria di gelida umidità». La storia del Pci comincia in un teatro che è quasi un ridere: «dalle finestre prive di vetri ai palchi senza parapetti fino ai sudici tendaggi che pendevano attorno al boccascena». --© RIPRODUZIONE RISERVATA

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