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Bertè evita il processo per incendio doloso, restano le altre accuse

MORTARA

L’anno scorso, a ottobre del 2021, era finito agli arresti, insieme ad altre due persone, con l’accusa di avere appiccato in modo intenzionale, il 6 settembre del 2017, l’incendio ai rifiuti accumulati nella sua azienda, la Eredi Bertè di Mortara. Un rogo di dimensioni vaste e dalle gravi conseguenze, che impegnò i vigili del fuoco per giorni. Ma l’accusa di incendio doloso per Vincenzo Bertè, 55 anni, di Castello D’Agogna, è caduta. Ieri pomeriggio, il collegio presieduto dal giudice Daniela Garlaschelli, ha prosciolto Bertè da questa contestazione, che era al centro del secondo filone processuale, scaturito da accertamenti più approfonditi sulle ipotesi di responsabilità nell’incendio all’azienda. La sentenza di “non luogo a procedere” è frutto di un pasticcio tecnico, nato a monte del processo. Bertè, infatti, al momento del rinvio a giudizio era già a processo per lo stesso fatto, anche se per un’accusa diversa, quella di incendio colposo, in relazione all’ipotesi di mancati controlli e di discarica non autorizzata. Il principio del “ne bis in idem” («Non due volte per la stessa cosa»), impedisce al giudice di esprimersi due volte sulla stessa azione. E poiché il processo per incendio colposo è partito per primo, è l’unico a restare in piedi.

Gli altri imputati

Nel secondo processo restano in piedi tutte le accuse per gli altri due imputati: Carlo Andrea Biani, 55 anni di Portalbera (avvocato Perla Scrietti) finito nell’inchiesta come amministratore della Eredi Bertè Ecology Srl, e Vincenzo Ascrizzi, 37 anni di Castello d’Agogna (avvocato Domenico Ascrizzi) accusato di avere dato il suo contributo a riciclare il denaro accumulato dal traffico di rifiuti. Per Bertè, oltre al primo processo per incendio colposo, restano in piedi davanti al collegio le contestazioni di bancarotta e altri reati fiscali. Ieri sono state ammesse le costituzioni di parte civile delle associazioni ambientaliste e del Comune di Mortara (avvocata Maria Anna Maria Ghigna). Questo secondo processo era scaturito da indagini della Dda di Milano e della procura di Pavia (partite dal racconto dell’ex moglie di Vincenzo Bertè) che erano andate avanti su un binario diverso e più a rilento rispetto agli accertamenti sulla discarica non autorizzata e sulle possibili colpe nel rogo. Da qui lo sdoppiamento delle accuse in due diversi filoni.

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